A Varese Archeofilm i Masai uniscono critica e pubblico. Le premiazioni

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VARESE – «Abbiamo avuto qualche imbarazzo, perché il livello era molto alto, con filmati ricchi di informazioni ed emozioni. “Maasai Eunoto” è stato scelto perché accompagna in una crescita emozionante, coinvolge lo spettatore e lo tiene ancorato fino alla fine. E con una grafica epica e coinvolgente mostra l’orgoglio di un popolo che difende le sue radici più antiche, destinate a scomparire».
Con queste parole Giulio Rossini di Filmstudio 90 ha comunicato, ieri, sabato 12 settembre, il pensiero della giuria tecnica del festival Varese Archeofilm formata con Matteo Inzaghi, Diego Pisati e Maurizio Fantoni Minnella, che ha assegnato simbolicamente il premio intitolato ad Angelo e Alfredo Castiglioni con le loro silhouette di una foto del 1957 (l’anno prossimo, quello della decima edizione del festival, sarà anche il settantesimo anniversario di quel famoso primo viaggio).

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I filmati sul podio

D’accordo anche il pubblico, che ha posto il documentario sul gradino più alto del podio, con la consegna simbolica del premio “Città di Varese” nelle mani dell’archeologa Barbara Cermesoni, conservatrice dei musei civici della città, mentre ai concorrenti “Vitrum” e “Roma Sotterranea” sono andati rispettivamente il secondo e terzo posto.
«Non è la prima volta che a Varese Archeofilm avviene questa concomitanza – si è così rivolto alla platea Marco Castiglioni, conduttore della serata insieme a Giulia Pruneti di Archeologia Viva – è un segno che il festival ha un pubblico competente». Alla serata della proiezione di “Maasai Eunoto” l’antropologo Enrico Longarini aveva rilevato come l’opera si distinguesse per il fatto di dare spazio, nel corso della cerimonia, al vissuto di ogni guerriero, che ognuno di loro esprimesse la sua soggettività.

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Un messaggio di sensibilizzazione

Le due proiezioni ,“Sentinella dei cambiamenti – La foresta del Campo dei Fiori raccontata da Giorgio Vacchiano”  e “Vita da Oasi: la fauna della palude” hanno raccontato l’ambiente di due aree del territorio a fronte del cambiamento climatico: «Anche questa sera – così Pruneti all’inizio della serata – la programmazione non è a caso. In questa rassegna si parla di archeologia, arte, antropologia ed etnologia, spesso scisse dall’ambiente circostante. Ma senza non sarebbero neanche possibili: perciò abbiamo lanciato un messaggio si sensibilizzazione. “Sentinella dei cambiamenti – La foresta del Campo dei Fiori raccontata da Giorgio Vacchiano” ci fa vedere come tutto cambia, anche a due passi da qui».

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I primi a subire il cambiamento climatico

Varese Archeofilm ha avuto come ospiti Giuseppe Barra, presidente del Parco Regionale del Campo dei Fiori, Marco Tessaro, documentarista e autore, Massimo Valerio, regista, fotografo e videomaker, e Barbara Ravasio, responsabile della riserva naturale della Palude Brabbia.
«Al Campo dei Fiori, mentre lavoravo in vetta – ha ricordato Tessaro – incontravo le persone che arrivavano su con l’autobus. Si fermavano e iniziavano a raccontare. Ho capito che per la gente era un lutto e non se ne vedeva l’uscita. Ma dopo il suo incendio, la tempesta Alex e l’invasione del bostrico aver preso le redini ed essere ripartiti, anche dagli errori di cento anni prima, e con l’aiuto che la scienza forestale sta proponendo, è un merito non da poco. Mentre non ci sarà un futuro per qualsiasi altro aspetto della nostra vita, se l’ambiente si degraderà. E tra scomparsa della biodiversità, consumo del territorio e inquinamento è sempre in atto un avanzamento subdolo dell’urbanizzazione: c’è sempre una giustificazione che travalica le necessità ambientali. La soluzione di rivolgersi alle nuove generazioni è sempre importante ma non si deve delegare».
Come ha aggiunto Ravasio, «sono cresciuta con la Palude Brabbia e ho visto il cambiamento. Siamo stati tra i primi a subirlo: le paludi sono ambienti dinamici a differenza dei boschi, più lenti. Si pensa sempre che una palude si trasformerà in un bosco, sebbene in una arco di tempo molto lungo. Ma io ho visto gli arbusti arrivare a coprire i canneti nel giro di vent’anni».

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