VARESE – Sono oltre 74mila le persone che ogni mattina attraversano il confine per andare a lavorare in Svizzera, attirati soprattutto dagli stipendi più alti rispetto all’Italia.. Dalla provincia di Varese partono circa 31mila frontalieri – il 40% – solo Como ha un numero superiore con quasi 32mila. A loro è dedicata la ricerca “Lavorare oltre confine: condizioni, bisogni e prospettive dei lavoratori frontalieri”, che è stata presentata oggi, sabato 24 ottobre, alle Ville Ponti di Varese (qui sotto il video). E non sono tutte luci: ai salari alti si affiancano infatti condizioni di welfare non sempre soddisfacenti e i tempi lunghi per raggiungere la sede di lavoro.
Indagine Cisl
L’indagine è stata promossa da Cisl dei Laghi, Cisl Sondrio, Cisl Piemonte Orientale e dal sindacato ticinese Ocst, con il coordinamento scientifico di BiblioLavoro, il centro studi della Cisl Lombardia. Nel maggio 2026 hanno risposto al questionario online 1.542 lavoratori. Un campione composto per il 57,2% da uomini, con età media di 44 anni, un buon livello di istruzione (il 46,5% ha un diploma, il 36,9% una laurea), impegnati in particolare nei settori sociosanitario, edile, metalmeccanico e terziario. L’obiettivo è stato quello di andare oltre le statistiche ufficiali e chiedere direttamente ai frontalieri come stia cambiando il loro lavoro, per trasformare l’ascolto in proposte concrete. Dalle risposte emerge innanzitutto un aspetto: la retribuzione resta uno dei principali motivi per scegliere la Svizzera. Il 73% degli intervistati si dice soddisfatto dello stipendio. Il quadro però è più complesso: quasi la metà (48,4%) ritiene che negli ultimi anni il proprio potere d’acquisto sia diminuito. Il 55,6% pensa di guadagnare meno di un residente svizzero con le stesse mansioni. La quota sale al 63,4% tra chi non è coperto da un contratto collettivo. Il 42,7% riferisce di aver vissuto almeno una volta un trattamento percepito come discriminatorio in quanto frontaliere. E il giudizio sul welfare aziendale è decisamente critico: il 58,9% non ne è soddisfatto. L’89,1% lamenta l’assenza di buoni spesa o acquisto, il 79,8% di benefit assicurativi, il 71,8% di premi di produzione, il 66,3% di contributi per il trasporto e il 64,1% di mensa o buoni pasto.
Il peso del tempo
La ricerca evidenzia che gli uomini guadagnano più delle donne (il 25,4% delle lavoratrici dichiara meno di 3.000 franchi lordi mensili, contro l’8,2% degli uomini; all’opposto, percepisce almeno 5.000 franchi il 41,1% degli uomini, rispetto al 22,2% delle donne). A definire il gender pay gap concorre anche il ricorso al lavoro part time, che riguarda il 14,7% degli uomini e il 48,9% delle donne. Uno dei costi meno visibili del frontalierato è però il tempo. Quasi un lavoratore su tre (31,7%) passa più di un’ora e mezza al giorno negli spostamenti casa-lavoro, e il 73,2% degli intervistati usa principalmente l’auto privata. Soltanto il 37,4% lavora in aziende che consentono il telelavoro ai frontalieri, ma chi lo utilizza lo promuove quasi all’unanimità (95,2%). Tra chi lavora da remoto il 69,5% è soddisfatto dell’equilibrio tra vita e lavoro, contro il 51,8% di chi lavora solo in presenza. Netto il giudizio sulla cosiddetta tassa sulla salute: l’87,8% la considera penalizzante. Emerge poi un forte bisogno di informazione sul secondo pilastro. Il 69,2% dichiara di conoscere poco o per niente il funzionamento della propria cassa pensione. Infine il 76,9% non prenderebbe in considerazione un trasferimento in Svizzera. Tra i principali ostacoli figurano il costo della vita e quello della cassa malati. Seguono la lontananza dalla famiglia e dagli affetti e il timore di perdere potere d’acquisto. Il frontalierato appare quindi come una scelta stabile di vita, non come una tappa verso l’emigrazione.
L’analisi
«I dati raccolti – ha osservato Marco Contessa, responsabile nazionale Frontalieri della Cisl – restituiscono un quadro complesso, segnato da profonde contraddizioni. Se la motivazione economica continua ad attrarre i lavoratori, assistiamo a una vera e propria ‘trappola del tempo’ legata agli spostamenti quotidiani e ai pesanti costi di mobilità. A questo si aggiungono le criticità legate alla forte compressione dello smart working, al divario di protezione nel welfare aziendale e a un preoccupante percepito di discriminazione e disparità salariale nei luoghi di lavoro». E ancora: «È tempo di ribaltare una narrazione distorta – ha aggiunto – i frontalieri non sono privilegiati, ma ponti tra due Paesi che garantiscono la tenuta sociale ed economica dei territori. Occorre però approvare lo Statuto dei Lavoratori Frontalieri. Non si tratta di una rivendicazione corporativa, ma del doveroso riconoscimento di una specifica figura professionale. Lo Statuto deve sancire la certezza e la stabilità fiscale, l’adeguamento delle franchigie Irpef, la trasparenza della previdenza integrativa e la concretizzazione del Tavolo Interministeriale Permanente di governance transfrontaliera».
Dai dati alle proposte
Il volume non si ferma all’analisi. La seconda parte raccoglie le proposte sindacali: estensione della contrattazione collettiva in Svizzera; tutela dei salari dall’inflazione; attuazione dello Statuto dei lavoratori frontalieri e della Naspi già prevista dalla legge 83/2023; innalzamento della soglia fiscale del telelavoro; rafforzamento della rete di servizi tra Ocst e Cisl, compresi Inas e Caf. La mattinata non ha visto solo la presentazione della ricerca: in scaletta anche due tavole rotonde sull’impatto del lavoro transfrontaliero sull’economia del territorio e sul ruolo delle istituzioni per agevolare il lavoro transfrontaliero.
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