VARESE – «Un horror costellato di sprazzi di cattivo gusto, che spesso vanno a scontrarsi con il buon gusto tentato da questa famiglia»: così Paolo Strippoli ha definito ieri, domenica 25 ottobre, al Multisala Impero di Varese, la sua ultima fatica cinematografica.
Scelta per rappresentare l’Italia ai premi Oscar 2027 nella categoria miglior film internazionale, ripercorre le vicende dei Colonna alla luce del misterioso e atroce patto stretto con “L’estranea”, impersonata da Valeria Bruni Tedeschi e raccontato dalla madre Anna alla figlia Alice, rispettivamente Jasmine Trinca e Romana Maggiora Veregaro.
Sul palco con lui c’era il cosceneggiatore Salvatore De Chirico, mentre a condurre l’incontro sono stati Paolo Franchini e Andrés Garofalo, in un’affollata Sala Mercurio dove diversi spettatori hanno rivelato di non essere alla prima visione: alcuni alla seconda, in un caso con addosso trench in omaggio alla protagonista, chi alla quarta, chi addirittura alla quinta.

Comicità violenta
Il primo tema affrontato da Strippoli rispondendo alle domande dei presenti – «è un film di cui è difficile parlare prima che inizi» – è stata la costruzione del “villain”, “il cattivo”, in una storia che si pone costantemente sul confine tra il bene e il male: «Non credo a una concezione rigidamente divisa dei due, anche perché spesso i villain sono vittime di loro stessi. E sono tremendi, ma belli: l’estranea indossa solo un trench, ha un anello verde, un accendino una sigaretta e nient’altro. All’inizio era un personaggio molto più cupo. Abbiamo voluto una donna noir, elegante ma che non sembra appartenere a nessun posto e a nessun tempo. Nel corso del racconto diventa sempre più matta. Dice le cose con una cattiveria, ma nel contempo una leggerezza, che per noi erano insostenibili. I villain sono crudeli ma anche sensuali, sexy. Un personaggio, quindi, che vogliamo rivedere e infatti ritorna più volte. Una villain che è si crudele, ma anche leggera: si può parlare di una comicità violenta. La leggerezza che non toglie niente alla sua cattiveria. E, quanto all’aspetto della sensualità, «Anna prova un grande senso di liberazione quando è in sua compagnia dell’estranea».
Acqua piovana, Britney Spears e i Liquido
Tra i componenti cruciali per la narrazione della storia c’è l’ossessione del regista barese per l’acqua piovana: «La pioggia fa da elemento espressivo, all’inizio battendo sulla struttura dell’edificio ed è il sipario che si chiude su Anna e Alice, che non si sono mai parlate veramente: tra loro vige un principio di incomunicabilità.
Dà anche un senso a questa collocazione ma si può modellare e distorcere. Una punteggiatura di genere: sta sempre al passo con ciò che queste donne dicono e la sua intensità cresce con il crescere del dialogo. Fino a raggiungere una dimensione apocalittica: perché sai che alla fine emergerà solo una delle due». Interrogato se la pioggia avesse anche una funzione purificatrice, come nelle Sacre Scritture, Rispoli ha sottolineato: «Ma l’Antico Testamento è un testo di genere». Mentre, sempre sul tema, De Chirico ha spiegato con ironia come la scelta per la canzone principale del film sia caduta su “Narcotic”: «Noi in realtà pensavamo a qualcosa di Britney Spears. Sapevamo che ultimamente aveva avuto dei “problemini”, quindi forse…ma costava troppo. Allora abbiamo ripiegato su quelle vecchie compilation di Festivalbar, c’era questo brano che rimaneva nella testa e…i Liquido avevano avuto dei “problemini”. L’unico pezzo anacronistico nel film è “Nessuno” dei Baustelle».
Dalla festa in bianco al vortice
La storia narrata da Anna si apre nel segno della luce, che «fa più paura del buio perché – ha osservato Strippoli – è una lente di ingrandimento. Ho pensato iniziare prima con una festa in bianco, abbagliante, e io…ho problemi di fotosensibilità. Una fase che in origine era più cupa, anche più bella. Dissi che volevo fare una soap opera elevata e Cristiano Di Nicola, diretto re della fotografia, se l’è presa male. Volevo anche che fosse sgradevole, quella sequenza non mi piace tutt’ora. Ma la trovo giusta così, e quindi la rivendico. L’orrore arriva senza alcuna preparazione. La mia idea era di un buon gusto che affondasse nel melodramma, che fosse attaccato allo sforzo che questa famiglia fa per mostrarsi bella. I momenti horror entrano in scena in modo camp, anche trash; io sono un fan del cattivo gusto perché, a dispetto di quel che desideriamo, la vita in realtà è fatta di tanti momenti così».
Come ha aggiunto il regista, «nella vita mi son sentito tanto “non visto”. Quindi al centro di “L’estranea” non c’è solo un rapporto tra madre e figlia ma anche una figlia, che cerca in continuazione di emanciparsi da un contesto. Anche nella sfera sessuale, un suo aspetto che la prima trova spregevole, perché invece per la seconda è un modo di esprimersi». L’elemento del vortice è «una trappola» che Anna porta costantemente dove va. «Il film stesso ha una struttura a spirale. Ogni capitolo è più breve e ha un ritmo leggermente più veloce del precedente, un continuo vorticare fino all’apocalisse». Nonostante lo sguardo di Alice si identifichi con quello dello spettatore, «la struttura a vortice ha una funzione immersiva, era l’unica cosa che permettesse di aderire alla mente di Anna».
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