Make America Go Again: Donald crolla, gli Usa ripartono

america trump elezioni

di Massimo Lodi

Make America Go Again. La democrazia Stars&stripes, data in bancarotta, fa ripartire (evviva) il Gran Paese. Donald ne ha combinate un sacco, Donald le pagherà tutte: lo sfascio sociale seguìto allo sfascio economico seguìto allo sfascio commerciale seguìto allo sfascio bellico seguìto allo sfascio politico. Non ne potevano più, i suoi contestatori e perfino i suoi sostenitori. E gli han messo contro Camera e Senato così, se non da renderlo innocuo nei prossimi due anni di mandato presidenziale, almeno da attenuarne le mattane.

Le mattane, vien da lì lo sconfittone di Mister Bully, il Signor Bullo. Tante, troppe. Doveva arricchire i concittadini, s’è arricchito lui. Doveva abbattere il caro prezzi, l’ha accresciuto. Doveva equilibrare l’integrazione degl’immigrati, l’ha squilibrata. Doveva migliorare l’accesso ai servizi sanitari, l’ha peggiorato. Doveva portare la pace nel mondo, vi ha portato una guerra dopo l’altra. Fallimentare everywhere, ovunque. Lo sappiamo bene qui in Europa, qui in Italia: c’era un datato, funzionale, condiviso sentimento collaborativo con gli Stati Uniti, non c’è più. Idem circa l’armonia negli enti sovranazionali, nelle istituzioni che tengono cuciti i fili dell’Occidente. L’ineffabile ordito del Baushow (Baüscia ) li ha usurati, consunti, irrisi. Riuscendo nell’impresa di volgere l’America da miglior amica a peggior nemica dei suoi alleati. Loro fedeli, lei infedele.

Il disastroso Tycoon s’è disastrato da solo. Dati impietosi dal voto di Midterm: gli si son rivoltati contro quelli che si eran dichiarati a favore, due anni fa. Promesse deluse, speranze bruciate, fiducie tradite. Il Mago Maga s’è rivelato un maghetto parolaio, purtroppo in grado di suscitare molti magoni. Non sono valsi gli avvertimenti ricevuti da più versanti, in primis dal versante di realistica preghiera rappresentato dal connazionale Robert Francis Prevost. Papale Papale, gli aveva lasciato intendere -ultimo gesto di rumoroso silenzio: il personale voto- di piantarla con lo sciocchezzaio sbruffonista, il cinismo conquistarolo, le scorrerie bombardanti. L’Imperattore (due ti) ha insistito nella recita capocratica: niente da fare.

Un sacco da fare s’annuncia ora, nel diluvio degl’interrogativi. Il Congresso graverà di stop l’agire del Presidente, il Presidente già minaccia d’agire sugli stop del Congresso. Non aspettiamoci, dopo curve e asperità, un rettilineo senza buche/crepe nella volata verso l’Oval change, rinnovo della Casa Bianca, anno 2028. Aspettiamoci un percorso insidioso, sorpresa dopo sorpresa, accidente dopo accidente, affanno dopo affanno. A Trump tocca decidere: o muro contro muro o agilità partecipativa. La prima scelta significherebbe il disastro nel disastro, e devastante rimbalzo mondiale. La seconda scelta significherebbe il ritorno del senno al posto della follia, e virtuosa entente planetaria. Fin dove possibile, si capisce: intese coi partner della stessa cifra valoriale, dialettica con gli antagonisti d’opposto segno. Si chiama, quest’insieme, senso dello Stato e senso della Storia: doti indispensabili a chicchessia la cronaca investa del ruolo di leader d’una nazione. E figuriamoci se trattasi della nazione delle nazioni. Il plurimilionario di Manhattan non s’è rivelato all’altezza, il ceffone ne ridurrà almeno un po’ le bassezze, di qui in poi. Giù lui, su noi. Oremus, come forse (certamente) in cuor suo supplica il pastore di Chicago trasferitosi a Roma.

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