È morto questa mattina, 4 novembre, a Roma, all’età di 93 anni, il regista Tinto Brass. La notizia è stata data dalla moglie Caterina Varzi e dai figli Bonifacio e Beatrice. Nato a Milano il 26 marzo 1933, Brass lascia un segno profondo nella storia del cinema italiano, di cui è stato l’indiscusso maestro dell’erotismo d’autore, provocatorio e dissacrante.
Dalle avanguardie di Parigi al cinema d’autore
Dietro l’immagine del provocatore con l’immancabile sigaro tra le labbra si celava una formazione di grande spessore culturale. Laureato in giurisprudenza, il giovane Giovanni Brass, da tutti poi chiamato Tinto, negli anni Cinquanta si era trasferito a Parigi per lavorare come archivista alla Cinémathèque Française, assorbendo la lezione stilistica e la libertà espressiva della Nouvelle Vague. Il suo esordio dietro la macchina da presa arrivò nel 1963 con “Chi lavora è perduto”, opera legata al cinema d’avanguardia e di protesta, a cui seguirono titoli sperimentali e politicizzati come “La vacanza” (1971), interpretato da Vanessa Redgrave e premiato alla Mostra del Cinema di Venezia.
Lo scandalo di “Caligola” e la svolta erotica
La vera svolta nella carriera di Brass arrivò a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta. Nel 1979 diresse “Caligola”, kolossal storico-erotico interpretato da Malcolm McDowell, Peter O’Toole e John Gielgud, un film travagliato da polemiche e interventi produttivi che ne fecero comunque un caso di culto a livello internazionale. Nel 1983 uscì nelle sale “La chiave”, tratto dal romanzo di Jun’ichirō Tanizaki e interpretato da Stefania Sandrelli: la pellicola fu un enorme successo di pubblico e consacrò definitivamente il regista milanese come il padre del genere erotico patinato in Italia, capace di intrecciare la ricerca formale al racconto dei desideri e dei tabù della borghesia.
L’eredità artistica di un provocatore libertario
Negli anni successivi Tinto Brass ha scoperto e lanciato sullo schermo alcune delle attrici più celebri del panorama cinematografico italiano, da Serena Grandi (protagonista di “Miranda” nel 1985) a Francesca Dellera (“Capriccio”, 1987), fino a Debora Caprioglio (“Paprika”, 1991) e Anna Ammirati (“Monella”, 1998). Con il suo sguardo goliardico, sfacciato e privo di moralismi, il regista ha raccontato per oltre quarant’anni la sensualità femminile come forma di assoluta libertà individuale. Con la sua scomparsa, il cinema perde una delle sue voci più irriverenti e fuori dagli schemi.
