A noi (non) ci piace il Donald: sembra Bossi

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Il "passo di danza" di Donald Trump

L’ultima di Donald: trasformare la striscia di Gaza nella riviera del Medio Oriente, una sorta di Rimini di lusso che nasca dalle macerie lasciate dagli israeliani. La popolazione palestinese dovrebbe, secondo le intenzioni del tycoon che vuole comandare il mondo, trasferirsi in massa altrove, in Egitto e in Giordania dove, però, non la vogliono. Subito dopo il suo insediamento, Trump aveva annunciato il controllo (“Anche con la forza”) della Groenlandia, l’annessione del Canada come 51° stato degli Usa, l’egemonia statunitense sul canale di Panama. Infine, la pace tra Russia e Ucraina grazie ai suoi buoni uffici: “In un giorno sistemo io le cose” aveva detto. Infatti, la guerra continua. Tutto questo per quanto riguarda la geopolitica. Sul versante economico, la Casa Bianca “rifarà grande l’America” con i dazi sui prodotti stranieri, compresi quelli degli alleati (alleati?) europei.

Da qualche parte abbiamo letto che gli americani minimizzano e affermano che Donald Trump va preso sul serio ma non alla lettera. Un po’come dire: teniamo gli occhi aperti, ma non preoccupiamoci più del dovuto. Sarà, ma anche a noi, anzi, soprattutto a noi comuni cittadini che apprendiamo di tanta e tale boria dai giornali e dalle Tv, noi che non abbiamo contezza vera di quanto passi per la testa al presidente/imperatore, finiamo per rimanere straniti. E preoccupati.

La nostra premier e il suo governo sono ben visti sullo sponde del Potomac: “Siamo amici”. Ma questo non ci rassicura: quello là, il Donald, fa presto a cambiare opinione. Sarà anche per questo che Palazzo Chigi o tace o parla poco attorno alle questioni americane: non si sa mai. L’imbarazzo davanti a certe sparate consiglia prudenza. E silenzi. Benché, Giorgia Meloni sia oggi considerata l’interlocutrice privilegiata dell’Unione Europea con gli Stati Uniti: Trump, Musk e compagnia cantante dominano, e non soltanto a parole, il globo terracqueo. Tanto meglio se si abbozza.

Il problema è che Donald non è uno che va per il sottile. Anche se, con le debite distanze, per certi atteggiamenti e per diversi passaggi ricorda l’Umberto Bossi dei tempi migliori. Quando straparlava di trecentomila bergamaschi in armi, di fiumi e ampolle sacre, di secessione inevitabile e, mostrandosi in canottiera (Trump fa i balletti), riusciva a portare un milione di persone lungo le rive del Po, confine da lui considerato naturale della fantomatica Padania. Altri tempi e ben altro folclore. Non a caso Montanelli aveva paragonato i leghisti a un cartone animato.

Con Trump c’è poco da scherzare. I trecentomila bergamaschi col fucile vagheggiati da Bossi sono uno sputo rispetto al potenziale bellico degli Usa. Altro che balle. E se mai scoppiasse la terza guerra mondiale, non quella a pezzetti giustamente evocata da Papa Francesco, sarebbe la catastrofe. Non ci resta che sperare che anche dalle parti della White House si stia generando un cartone animato. Speranza vana? Questo è il punto rispetto a un signore che non pretende il trono della “misera” Padania ma dell’intero pianeta. Folle o no che sia il suo progetto, noi, per restare ai primi danni, lo prendiamo sul serio. E anche alla lettera. Appunto, non si sa mai.

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