Ai funerali di Bossi a Pontida “ci saranno tutti, anche chi l’ha tradito”

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L'abbazia di San Giacomo a Pontida dove si svolgono i funerali di Umberto Bossi

Pontida, località iconica per la Lega. Umberto Bossi decise di convocare i raduni annuali sul mitico pratone, anzi, sul Sacro Pratone, per celebrare il leggendario giuramento (correva il 1167) dei comuni lombardi che, nell’abbazia di San Giacomo, fondarono la Lega Lombarda con lo scopo di combattere Federico Barbarossa. Evento preso a simbolo dell’autonomia invocata dalla Lega di Bossi, che dal 1984 ha formalmente avviato un’avventura politica che, seppure sotto altre forme, continua anche oggi.

Da queste premesse, chiedersi perché si è scelta proprio Pontida per l’estremo saluto al leader morto giovedì 12 marzo sarebbe pleonastico. Benché c’è chi, nella sua stretta cerchia familiare e amicale, avrebbe preferito Varese, da dove tutto è cominciato. Un’altra delle città emblematiche della parabola leghista, ma Pontida sembra avere un altro e alto significato, che rimanda alle origine del movimento e a quei richiami medioevali che in un certo senso l’hanno idealmente legittimata sul versante politico anche ai nostri giorni.

L’abbazia della Bergamasca non riuscirà ad ospitare tutto il popolo leghista che nella mattinata di domenica 22 sarà a Pontida per rendere l’ultimo omaggio al Capo. La famiglia avrebbe preferito una cerimonia privata, in ossequio al riserbo che ha sempre caratterizzato il periodo della malattia di Bossi, ma sarebbe apparso come uno sfregio alla grande manifestazione di affetto e di cordoglio di queste ore. Un po’ una contraddizione rispetto al biasimo serpeggiante, più o meno palesemente, quando il Capo era ancora in vita.

Ma si sa come vanno le vicende umane. Lo sa bene Giuseppe Leoni, uno dei pochi veri amici, co-fondatore della Lega nello studio notarile di Varese, 42 anni fa. Leoni , a cui Umberto Bossi ha comunicato alcuni giorni fa il suo testamento politico: “Serve una Pontida della riconciliazione” come ha scritto Massimo Lodi su Malpensa24. Leoni che non si tiene quando dichiara: “A Pontida ci saranno tutti, anche chi lo ha tradito”. Frase che suona come una scudisciata nel contesto di una Lega che ha cambiato pelle, che ha disatteso il Bossi pensiero delle origini, che non guarda più al Nord, che ha fatto strame degli obiettivi che l’avevano sostenuta all’inizio, tanto da adunare, allora, un milione di persone sulle rive del Po, immaginario confine dell’altrettanto immaginaria Padania.

Certo, sono cambiate le circostanze e le necessità sociali, sono mutati gli scenari della politica, il partito della “questione settentrionale” è diventato, è dovuto diventare, il partito nazionale. Con tutte le conseguenze, i distacchi, le critiche, la nascita di movimenti che disconoscono la nuova linea; con una mutazione di pelle che, per Leoni, vale il tradimento, a fronte degli encomi, delle vere o false santificazioni di questi giorni. Ma tant’è, sarebbe ingiusto e sbagliatissimo evitare l’omaggio a un uomo che, dal nulla, ha inventato un movimento capace di sparigliare negli anni Ottanta e ancora più in là. Fra alti e bassi, scandali veri o presunti, dato senza più ossigeno e rinato fino a riprendersi posizioni elettorali ragguardevoli.

Come una volta, come ai tempi belli di “Roma ladrona”, delle sere in pizzeria a bere Coca-cola e a disegnare strategia, Bossi, Maroni, Speroni e tanti altri che giravano nell’orbita del Capo. Alcuni non ci sono più (pensiamo a Bobo Maroni e a Marco Sartori), altri saranno invece in San Giacomo a testimoniare con la loro presenza che un’epoca, piaccio oppure no, è finita. Ma forse era già finita molto tempo fa, quando, come direbbe Giuseppe Leoni, è stata cancellata un’intera stagione politica, tra ampolle sacre, elmi con le corna, suggestioni da cartone animati (cit.), però una stagione che aveva in sè una grande speranza. Nel nome di Bossi.

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