Con il Baff “Ratataplan” torna al cinema. Maurizio Nichetti: «Oggi si ride poco»

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BUSTO ARSIZIO – «“Ratataplan” è stato certamente fondamentale: la mia prima volta come attore e come regista. Ma ora, dopo tanti anni, ventiquattro, mi trovo alla mia seconda opera prima perché sono cambiati il modo di fare i film, la tecnologia…e anche io». Nella serata di apertura della ventiduesima edizione del Baff dedicata ai “primi passi”, che si è svolta alla presenza del presidente di B. A. Film Factory Alessandro Munari, del presidente onorario Gabriele Tosi, dell’assessore alla Cultura di Regione Lombardia Francesca Caruso, di Emanuele Antonelli e Manuela Maffioli, rispettivamente sindaco e assessore alla Cultura di Busto Arsizio, Maurizio Nichetti non solo raccontato la genesi del suo esordio, proiettato al Teatro Sociale in versione restaurata, ma ha anche parlato con Giulio Sangiorgio, nuovo direttore artistico della kermesse, del suo ritorno sul grande schermo nel 2025.

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Le gag dei film muti che tornano nei film

«È la prima volta che mi vedo restaurato, mi emoziono ancora di più, a quarantacinque anni di distanza», ha osservato Nichetti. “Ratataplan”, girato in Super 16 con una troupe di sette persone, fu un film «praticamente senza budget: era l’equivalente di 50mila euro, il costo di una settimana di troupe normale. Ma lavorare nella pubblicità mi ha insegnato il rispetto del denaro altrui, se un produttore mi dà dei soldi devo spenderli come se fossero miei. Venivo da studi di mimo, e per otto anni mi sono occupato delle sceneggiature allo Studio Bozzetto».
Per vivere era necessario vendere i cartoni animati in tutto il mondo, «quindi scrivevo gag che potessero capire tutti, e che facessero ridere anche i tedeschi. Perché le inviavamo in Germania e loro ce le mandavano indietro. Ce n’era una in cui un pesce martello saltava fuori dal fiume per colpire il Signor Rossi, ma loro ci scrissero: “I pesci martello non vivono nei fiumi”». “Ratataplan” è stato fatto in questa maniera: «Io non potevo recitare, perciò l’ho fatto muto. Poi ho coinvolto Quelli di Grock, la mia scuola di mimi. Ogni nuova tecnologia che arriva falcidia dieci professioni e l’arrivo del sonoro lo fece per quelle gag, le comiche finali mute, o quelle di Willy il Coyote o Tom e Jerry. Io invece feci il percorso contrario».

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Comicità e animazione

Come ha spiegato il regista milanese, «in un momento in cui il cinema si stava involgarendo, poteva essere qualcosa di diverso riportando il muto: un cinema che che io chiamo “di purezza”, cioè di comicità e animazione. “Ratataplan” arriva dopo dieci anni di tragedia sociale: all’università, per esempio, non potevo dire che alla sera andavo a fare il mimo, perché non era una cosa impegnata. Ma il personale stava tornando a essere centrale. Quando si pronunciava la frase “una risata vi seppellirà”, era un modo di comunicare: “Ho da dire anch’io qualcosa”. Alla scuola di mimo avevo infatti trecento iscrizioni, la gente aveva voglia di tornare a permettersi di ridere».
Per Nichetti oggi invece «si ride poco. Mancano l’ironia, la commedia, osservare le cose con un occhio che non sia schierato per litigare sempre con qualcuno, una leggerezza magari più utile per affrontare i problemi. È necessario guardare la realtà da un angolo leggermente diverso, altrimenti fai talk show». La sceneggiatura nasce sempre dalla vita vissuta, come nei film “Domani si balla”, “Ladri di saponette” o “Luna e l’altra”. «Ne faccio uno quando accumulo contenuti. Siamo in una società che cambia velocemente. Per tanti anni ho cercato di non fare cinema, dedicandomi ai festival, all’insegnamento e alla lirica a causa dei cambiamenti nella filiera. Nel 2018 però parlai con Angela Finocchiaro di un nuovo progetto e da allora è successo di tutto. Animali, clima, guerre: ogni volta che spuntava una foglia della piantina che stavamo coltivando avveniva qualcosa. Adesso è pronto “Amiche mai”, film che avrà come come coprotagonista Serra Yilmaz in un viaggio che partirà da Trieste. Sarà una commedia del 2024, con tutte le invenzioni e possibilità creative il 2024 che mi dà».

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Roger Rabbit e “Volere volare”

«L’italiano deve sempre sminuire», ha ricordato Nichetti. «Qui l’unica domanda che mi facessero su “Volere volare” era quanto avessi preso da “Chi ha incastrato Roger Rabbit?”, film che sicuramente aveva influito, perché a partire dalla sua uscita si fecero sempre le ombre ai cartoni animanti nei film; però era ancora una dimensione in cui potevi arrivare a capire con l’artigianato. Quando poi portai la mia pellicola al Telluride Film Festival negli Stati Uniti gli spettatori mi riempirono di domande per un’ora, continuando ancora all’uscita. Scoprii che erano tutti animatori di Roger Rabbit, e che ero riuscito a realizzare “Volere volare” con i soldi che loro avevano speso solo per i titoli di testa».
Conoscere la tecnologia «è stata anche una spinta verso l’insegnamento, perché poi devi insegnare ciò che conosci ai tuoi allievi. Da studioso mi piace, ma come persona che scriveva le gag del Signor Rossi ventiquattro anni fa non mi piaceva più». Con un monito finale: «Teatro, canto, regia non garantiscono fama, soldi o ricchezze, sono l’ultimo gradino della produttività. Se però c’è la passione va bene. Con Guido Manuli restai una notte a lavorare sull’animazione di un’oliva Saclà per far sì che sputasse il nocciolo. E non perché mi venissero pagati lo stipendio o gli straordinari, ma perché mi divertivo. Mi appassiona sempre quello che puoi fare domani».

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