BUSTO ARSIZIO – Un viaggio, scandito dalle ricorrenze dei santi, nel profondo dell’animo umano e nella sofferenza di una madre che deve affrontare il trauma della morte del figlio: ieri, domenica 29 settembre, le tenebre hanno prevalso al Cinema Fratello Sole con la prima nazionale del nuovo film di Mariano Baino, horror catacombale e claustrofobico che ha messo in scena – nelle parole del direttore artistico del Baff Giulio Sangiorgio – il «corpo a corpo» con la macchina da presa di Coralina Cataldi-Tassoni, sulla cui intensa recitazione si regge l’architettura dell’opera. Nella sala di Busto, dove è seguita la proiezione di “Dark waters”, con l’attrice e il regista c’era anche la coprotagonista Rossella Rapisarda per raccontare i retroscena di “Astrid’s saints”.

«È stata Astrid a entrare in me»
«C’erano le mie battute ma sento che il dialogo è tutto lì», ha raccontato Cataldi-Tassoni, che è anche pittrice e si è occupata delle musiche del film, riguardo alla preparazione del suo personaggio. «Non sono una “battutara” – ha specificato – è quasi come se Astrid avesse studiato me. È stata lei a entrare in me piuttosto che io a capire lei, perché non sono neanche una mamma. Ho vissuto però con una madre in lutto, la mia, per mio fratello che, nato a novembre, morì nel gennaio seguente, vivendo solo tre mesi. Una di quelle morti bianche, in culla, per cui non si è ancora trovata risposta. Una cosa che ha accompagnato molto la mia vita. Tra i diversi nomi che appaiono nella storia, come Filomena e Aurora, c’è infatti tutta la mia tribù. E il mio angelo mi ha seguito, ho messo la sua foto nel film».

L’iconografia religiosa e il culto dei morti
“Astrid’s Saints”, girato tra le case e i cunicoli del paese di Zungoli, vanta un ricco corredo visivo, con tante suggestioni pittoriche: «L’iconografia religiosa dovrebbe essere confortante ma io, per il suo legame con la sofferenza, l’ho sempre trovata spaventosissima», ha riconosciuto Baino. «Per un credente la cosa migliore sarebbe dunque morire, per avere nell’aldilà la vita migliore. Ma se ti uccidessi, saresti punito: alla fine qualunque cosa tu faccia è quella sbagliata, per me in questo non c’è un accordo. Però c’è chi vi si aggrappa per trovare consolazione».
Interrogato dal pubblico se il cimitero delle Fontanelle fosse stato tra le ispirazioni del lungometraggio, Baino ha risposto: «Non ci sono mai stato. Ma c’è sicuramente una connessione non conscia con il culto dei morti. A Napoli è quasi impossibile scappare da tutto questo: accanto alla figurina in vendita del santo trovi quella delle anime nel fuoco dell’inferno o, come a casa di mia zia, la Madonna con il cuore in mano e le sette spade che lo trafiggono. È una cosa che ti circonda, da bambino ne ero terrorizzato. Sentivi di quello all’ospedale che era guarito perché gli era apparso Gesù, io invece lo pregavo “per favore, non apparirmi perché in ospedale ci andrei io».

La chiave per svelare il segreto
«La chiave per comprendere, per svelare il segreto, è molto facile da raggiungere, come nel caso delle carte dei martiri: dietro ciascuna c’è scritto che cosa è successo. Non puoi disfare quello che hai fatto e lo si vede anche dalle altre mamme che Astrid incontra nel suo viaggio; come è morto il figlio è sempre davanti agli occhi, ma lo vedrà solo a un certo punto». Come ha osservato Baino, che insieme a Cataldi ha rivendicato con orgoglio la natura e la genesi «indipendente» del film, «negli ultimi anni viene richiesto un cinema che vuole raccontare le cose in modo molto lineare». A differenza di “Astrid’s saints”, «scritto come vogliamo noi», in cui «quasi tutte le cose le abbiamo disegnate o dipinte noi».
Sulla ricerca di una propria originalità, avvalorata dalle suore “lovecraftiane” dell’esordio “Dark waters”, il regista, che a diciannove anni ha lasciato Napoli per trasferirsi a Londra e poi a New York, ha aggiunto: «Nel 1928, con il passaggio al suono sincronizzato si è persa una grande occasione, perché il cinema stava sviluppando un nuovo linguaggio, che non veniva dal teatro. E da ultimo, con l’avvento di film come “Scream”, si è voluto destinare l’horror ai quattordicenni. Ma alla fine degli anni Ottanta era ancora una cosa da adulti, che andavano a vedere i genitori».

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