Board of peace tra luci e ombre

trump board of peace

di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, in questo tempo così difficile per molti, dove le tesi politiche vengono urlate senza moderazione, dove il fair play politico è un lontano ricordo, ho letto intorno al tavolo di Trump su Gaza molte allarmate considerazioni. Vi propongo alcune riflessioni. Intanto appare evidente che tutto ciò che suggerisce il tycoon americano viene accolto con evidente ostilità dalle élites europee. Per vero è anche il risultato delle feroci critiche che la Casa Bianca ha indirizzato all’Europa in tempi recenti.

Ricordo tuttavia, come ha ben osservato Dario Fabbri, fondatore e direttore della rivista mensile di geopolitica “Domino” in una recente conferenza, che Trump non è calato dal cielo su una nuvola, non è venuto da Marte con un’astronave, ma è stato regolarmente eletto in uno Stato democratico di vecchia data che si chiama: Stati Uniti. Il nostro ha una lunga storia personale di imprenditore in molti ambiti, se volete di palazzinaro a New York, di mercante in molti luoghi ben conosciuti dagli americani, da coloro che, bene o male, volevano cambiare radicalmente la gestione politica a Washington. Ha presentato un programma che è stato accettato dagli elettori. Trump non decide per conto suo. Semplicemente non può. Ha intorno un enorme entourage di consiglieri economici, militari, politici che non gli lasciano molto spazio. Certo, alla fine Trump decide su molte questioni (e noi sappiamo bene il modo teatrale che lo contraddistingue) ma sulla scorta di enormi fascicoli che “qualcuno” gli mette sulla scrivania. Per gli europei Trump è brutto e cattivo. Il resto del mondo non si scompone e non sono turbati i popoli della Russia e della Cina che hanno a loro volta prodotto gli autocrati che conosciamo. Putin e Xi Jimping provengono dalla cultura, dalla tradizione e dalla politica affermata nei loro paesi in molti secoli di storia. Alla fine, proprio la storia non si è mai fermata.

Dunque, l’equilibrato discorso del ministro Tajani alla Camera è stato accolto da molte contestazioni perché il Board of peace è una creatura di Trump. Giuliano Ferrara, dichiaratamente contrario al presidente americano, ha affermato che la partecipazione dell’Italia a questo tavolo negoziale “è considerato un atto di resa scodinzolante al neocolonialismo da gente che si dimostra disinteressata, per distrazione ideologica, al disarmo dei boia di Hamas e alla costruzione di un’idea di governo della Striscia diversa da quella che ha portato alle note atrocità.” E ha aggiunto: “Obiettare in favore del primato dell’ONU, dopo la vicenda più che incresciosa dell’Unrwa e dopo che anche Medici senza Frontiere ha denunciato la militarizzazione del principale ospedale di Gaza City, esattamente come aveva riferito l’intelligence israeliana, è un altro atto che simula la nobiltà d’animo e le buone maniere, puro snobismo di una sinistra che sul Medioriente ha sbagliato molto più e molto più gravemente degli Stati Uniti e del loro alleato israeliano.” Dopo aver riconosciuto i meriti di Trump nell’arrestare il conflitto, Ferrara spiega: “La traccia che porta alla definizione di una pacificazione stabile è ancora debole …ma che ci si provi e che si cerchi di associare all’impresa il maggior numero possibile di soggetti …non sembra un crimine coloniale ma una via per adesso senza alternative.”

A proposito dell’ONU, sottolineo che pochi giorni or sono è stato eletto vicepresidente della Commissione per lo sviluppo sociale che promuove “democrazia, uguaglianza di genere e tolleranza” l’Iran, appena reduce dalla sanguinaria repressione delle manifestazioni di piazza ben documentata con immagini diffuse in tutto il mondo. A tal proposito il segretario Antonio Guterres ha inviato le più calorose congratulazioni all’Iran per l’anniversario della rivoluzione islamica del 1979.

Credo siano interessanti alcune dichiarazioni rilasciate al Foglio da Marco Minniti, presidente di Med-Or Foundation che si occupa di cooperazione nel Mediterraneo e nell’Oriente. Dapprima afferma che: “Quando a ottobre furono firmati gli accordi di pace a Sharm el Sheikh il board ne rappresentava un elemento cardine.” In questa direzione ricorda anche le pressioni dei paesi arabi moderati e la legittimazione delle Nazioni Unite con la risoluzione 2803 adottata dal Consiglio di Sicurezza con l’avallo di Cina e Russia. Poi però a Davos Trump dà un’idea del Board of peace come la traduzione internazionale dello slogan “America first”, con ciò alterando l’impostazione iniziale e suscitando alcune ragionevoli perplessità. Qual è il problema? Secondo Minniti: “Il punto è avere una capacità comune di gestione tra i grandi paesi del nostro continente. Si tratta di costruire quell’autonomia strategica dell’Europa su cui, pur con sfumature diverse, i principali leader Ue concordano.” E ancora: “Perché in un mondo profondamente interconnesso molto dell’interesse nazionale si gioca al di fuori dei nostri confini.”

Anche l’assenza del Vaticano al Board of peace, solo come osservatore, è stata definita “spiacevole” dalla Casa Bianca ma ancor più spiacevole è stata la sottolineatura che il cardinale Parolin ha mostrato parlando di perplessità sulle sue mosse circa la politica estera assunta dal governo italiano. Raramente la Segreteria di Stato vaticana è stata così esplicita. Per dovere di cronaca ricordo anche che il Cardinale Parolin è stato protagonista al tempo di Papa Bergoglio di un pessimo accordo con il governo cinese sul quale il cardinale Zen ha usato parole molto dure.

Il19 febbraio a Washington Trump ha guidato il Board of peace per la ricostruzione a Gaza con la presenza di quaranta paesi e l’Italia con il ministro degli Esteri. Maria Luisa Rossi Hawkins ha riferito un primo bilancio. Una giornata positiva secondo il presidente americano che ha aperto i lavori con un discorso di un’ora in pieno stile trumpiano parlando di molti argomenti e annunciando un impegno finanziario di 10 mld di dollari a favore del suo comitato della pace e di 7 mld di dollari soltanto per Gaza offerti da 9 dei 40 paesi membri. Trump ha affermato che “stiamo facendo la pace in un contesto molto complicato con un grande lavoro. Questo comitato si spenderà perché la pace duri nel tempo”. Inoltre ha affermato che il comitato si prefigge di collaborare con le Nazioni Unite che potrebbe assumere le funzioni di supervisore che gli USA sono disposti a finanziare. Questo è un grosso passo per gli USA che avevano in passato duramente criticato proprio l’ONU.

Alcuni osservano che ci sono alcune questioni sulle quali il Board of peace potrebbe avere difficoltà a risolvere: il disarmo di Hamas; la garanzia che in Cisgiordania non si organizzino offensive antiebraiche; il controllo sulle provocazioni dei coloni israeliani. Cari amici vicini e lontani, i problemi sulla tavola e le faccende internazionali sono molto delicate e complicate. Ma al momento non pare vi siano alternative.

trump bord of peace – MALPENSA24

 

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