Autoritarismo, autorevolezza e l’ironia spiegata da Sartre

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di Gian Franco Bottini

Era tempo che non passavo a trovare i miei amici Umarell e vi confesso che questa volta ci sono ritornato dietro una loro sollecitazione , “perché a mi me par che te veuret no metighi la facia!” Non riuscendo a comprendere l’osservazione, quasi un’accusa, ho promesso una visita ravvicinata, anche per soddisfare la mia curiosità. Oltre ai soliti ho avuto il piacere di rilevare che era entrato a far parte del gruppo un mio vecchio amico, leghista della prima ora, uomo dal parlare franco e dal confronto schietto, che nell’ambiente degli Umarell è soprannominato, proprio per la sua vetusta fede politica, il Sempreverde. La discussione era accesa, il tema non mi era chiaro ma riguardava sicuramente i giornali, la comunicazione, i social e qualcuno, che ancora non mi era cògnito, al quale “gh’eran girà i bal!”

Stavo parlando con il Sempreverde, che non vedevo da un po’ di tempo, ma il mio orecchio si allungava sulla discussione sempre più accesa fin che, al culmine della curiosità, avevo chiesto a lui di che si trattasse e da dove originava quel casot. Il Sempreverde, dopo una leggera titubanza, mi aveva chiarito che si discuteva su una lite in corso negli ultimi giorni fra il Sindaco di Busto e una certa stampa, che lui riteneva troppo critica e addirittura “in malafede” nei suoi confronti e che “una quai volta la ciapa anca in gir lu e quivun della sua banda”.

Il Professore, che subdolamente era quello che più degli altri mi voleva coinvolgere nella discussione e che dal mio arrivo non mi aveva mai perso di vista, era immediatamente intervenuto: “Non si tratta di presa in giro, si tratta di quella cosa che quando è sugli gli altri si chiama ironia e fa sorridere, ma quando riguarda se stessi improvvisamente diventa cattiveria e fa arrabbiare.” E per far capire meglio la sua posizione e riaffermare la sua cultura aveva così continuato, rivolgendosi al Sempreverde: “Al tuo Sindaco devi spiegare che, come diceva Jean Paul Sartre, ironia ed intelligenza sono sorelle di sangue”.

Il Sempreverde, già leggermente urtato dall’accento meridionale del Professore, aveva immediatamente reagito e senza peli sulla lingua: “Innanzitut l’è nò el me Sindac ma l’è quel di alter (a voi l’interpretazione politica, ndr) poi io non son capace di dirgli le cose così difficili e se ho occasione, e “lu el me lasa parlà”, gli dirò invece tre cose che nei miei tanti anni di politica ho imparato. La prima: “che quel che lù al ciama cativeria e vialter ironia , serve a spingere e a sollecitare, “basta faghi sù una ridada”; la seconda: che lui come tutti “el ghe cunvegn a ridi di so prublem, che tant i riden i alter!”; la terza ,”ma so nò se ghe la disi”, che “una quai volta lasà che te la buten sul rid, el te evita che te buten in tèra!”

Gli Umarell erano davvero sorpresi dall’esperienza e dalla loquacità in materia del Sempreverde e uno dei presenti, che avremmo poi scoperto essere soprannominato Barbuton e che per tutto il tempo lo avevamo visto” pataccare” sul suo telefonino, si era alzato in piedi e aveva perentoriamente catturato l’attenzione: “Sentite cosa dice questo qui ….. si era schiarito la voce e aveva cominciato a declamare quanto aveva recuperato con Google “L’ironia è la prima espressione di libertà; un mondo senza ironia sarebbe come una foresta senza uccelli!” Poi si era seduto, un po’ umiliato per lo scarso successo ottenuto col suo intervento.

La discussione sul’ironia si stava evidentemente esaurendo e il Pensionato, che fino ad allora aveva taciuto, aveva pensato bene di rinfocolare il dibattito con una osservazione sicuramente pertinente: “Si però , quand vun deve gestire il potere deve essere autoritario e una qualche volta “al g’ha de valzà la vus e fa una quai matada perché i alter che vadan drè”. Il Professore era scattato come se gli avessero pestata la coda: “E no caro, lui deve essere autorevole, che è un’altra cosa; per l’autorevole non ci vuole molta fatica perché la Gente gli vada dietro in modo volontario, all’autoritario invece la Gente gli va dietro solo in virtù del suo potere , ma non in modo volontario e convinto.” La discussione sul vecchio tema della differenza fra autorità e autoritarismo era continuata a lungo ,anche perché era stata trasportata sul piano locale. Io vorrei tralasciare i dettagli perché ognuno dei lettori ne avrà compreso lo svolgimento, le diverse opinioni e le parole pesanti, come “dittatura”, che erano volate.

Intanto il tempo era trascorso , il gruppo si era assottigliato e il Sempreverde, salutando i presenti che si erano accaniti sul discorso, aveva lanciato il suo anatema , col fare di uno “che i rob ii sà”: “Stè tranquilli fieu, che trà un po’ ghe và sù el risot!”. Frase enigmatica, di difficile interpretazione ma che era servita a chiudere l’incontro dal quale, lo confesso, mi sono allontanato sollevato per non essere stato chiamato a fornire opinioni personali ; cosa che mi avrebbe, comprensibilmente , imbarazzato.

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