Si vuole davvero male a Busto Arsizio, come pensa il sindaco Emanuele Antonelli, se si eccepisce sul metodo per richiedere il titolo di co-capoluogo? Secondo il nostro modesto parere non è questione di voler male oppure no alla città, caso mai di evitare di chiudersi a riccio, come ha sempre fatto Busto nelle decennali e fallimentari battaglie per innalzare il suo status; piuttosto, in una simile incombenza, sovviene l’obbligo di aprirsi al territorio, coinvolgendo le altre realtà, direttamente o indirettamente interessate alla vicenda, prima istituzionale e poi politica. O viceversa, a seconda dei punti di osservazione.
Alle corte, il consiglio comunale di Palazzo Gilardoni ha votato a maggioranza l’avvio dell’iter per ottenere da Roma la dignità di co-capoluogo della provincia con Varese. Una scelta in subordine al vecchio, mai sopito desiderio di essere al centro di un ente autonomo, che riconoscesse a Busto Arsizio la sua storia e l’importanza economica, infrastrutturale, manifatturiera, della mobilità, culturale che le compete. E fin qui non ci piove.
Più e più volte, nel corso degli anni, le amministrazioni civiche che si sono succedute, soprattutto in epoche democristiane e poi leghiste, hanno provato ad affrancarsi da Varese. Sindaci, assessori, partiti di maggioranza e anche d’opposizione, hanno operato in modo da ottenere ciò che esattamente un secolo fa, nel 1927, la Buonanima evitò di concedere, preferendo Varese quale riferimento istituzionale della nascente provincia. Busto ha continuato così, ieri come oggi, a vivere un sentimento di frustrazione che le impedisce di spiccare il volo rispetto al suo circondario. Ma qui sta il problema.
Le città vicine l’hanno lasciata sola, anzi, più delle volte le hanno remato contro. I motivi sono molteplici, ma forse si è rilevato decisivo l’errore di ritenersi in qualche modo città predestinata, superiore a quelle che le sono contigue, Legnano e Gallarate, per dire delle due più importanti. Un errore di valutazione che ha prodotto il nulla di fatto. Lo stesso errore che ci pare stia commentando anche oggi con l’’ipotesi, al ribasso, del co-capoluogo. L’iter legislativo verrà avviato in parlamento, l’onorevole leghista Manuela Maffioli, unica parlamentare bustocca, si è resa disponibile a perorare la causa con i suoi colleghi deputati. Basterà?
No che non basterà: che cosa ne pensa, per esempio, Varese di dividere, un secolo dopo la sua solenne investitura, i gradi di capoluogo con Busto? Qualcuno di Palazzo Gilardoni ha interpellato, non solo in via informale, l’esecutivo di Palazzo Estense? E i partiti di centrodestra, che firmano l’iniziativa, hanno avvisato le corrispettive segreterie varesine per un sostegno politico? Di più: qualcuno ha posto il problema all’ente provinciale, a Villa Recalcati, interessata in modo diretto all’eventuale cambio di denominazione? Infine, se l’obiettivo è sulla carta commendevole, è opportuno imbarcarsi in procedure lunghe e complesse proprio sul limitare della consigliatura e della legislatura?
Domande che, al di là dei possibili benefici che trarrebbe Busto se mai ottenesse ciò che vuole, al di là del significato simbolico che ne scaturirebbe, ci sembrano doverose. Senza costruire un percorso comune, il rischio è di restare ancora una volta con le famose pigne nel sacco, metafora di una mortificazione che incombe in modo pesante su una città che meriterebbe i riconoscimenti che le spettano ma che, una volta di più, potrebbe finire vittima di sé stessa. E della sua approssimazione, per non dire altro. Non serve specificare cosa.
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