Busto, Gallarate, Saronno: una cura per la Sanità

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Nuova cartellonistica al Sant'Antonio Abate di Gallarate

Alla conferenza stampa per il rilancio del Sant’Antonio Abate di Gallarate erano annunciati gli interventi video di Guido Bertolaso, assessore regionale al Welfare, e di Mario Melazzini, direttore generale a Palazzo Lombardia per la sanità. Conoscere il loro parere sulla riorganizzazione dell’offerta curativa dell’Asst della Valle Olona, alla luce dei pesanti malumori degli utenti e di parte della politica, sarebbe stato molto istruttivo. Ma hanno declinato per “sopraggiunti, improvvisi, inderogabili impegni istituzionali”. Peccato.

In loro vece ha incontrato i giornalisti la sola Daniela Bianchi, direttore generale della stessa azienda socio sanitaria territoriale, assieme ai primari che si assumeranno l’onere di gestire i reparti riaperti, istituiti ex novo o riqualificati. Un impegno tutt’altro che marginale: per sostenerlo non basta la buona volontà, peraltro dimostrata dalla direzione strategica ospedaliera che, in scia alle proteste e alle preoccupazioni, vere, presunte o strumentali, attorno al paventato progetto di ridurre al lumicino i servizi del nosocomio di via Pastori, si sta dando da fare per scongiurare una simile eventualità. E non soltanto sulla carta.

Sufficiente per tacitare i comprensibili allarmismi che piovono da più parti? Una risposta esaustiva arriverà tra qualche mese, quando tutti i servizi entreranno a regime, quando si saprà se la suddivisione delle prestazioni tra i tre presidi ospedalieri dell’Asst sarà sostenibile in quanto a funzionalità ed efficienza. Il problema è anche, anzi, è soprattutto questo: medici e infermieri dislocati in corsie, sale operatorie, ambulatori a Busto Arsizio, Gallarate e Saronno. Un solo primario, due o tre strutture da governare per evitare sovrapposizioni e, quindi, dispersione di risorse a tutti i livelli. Non c’è dubbio che si sia programmato ogni cosa, ma poi c’è la quotidianità, ci sono i possibili, fisiologici disservizi che si creeranno moltiplicati per tre.

L’assunzione di nuovo personale (“Stiamo ridiventando attrattivi” ipse dixit Bianchi), le convenzioni con due università (Sapienza di Roma e Insubria di Varese), l’abnegazione di chi vi lavora, l’acquisto di macchinari e strumentazione di ultima generazione sono a garanzia di una buona operatività. C’è da crederci, e non bisogna nemmeno fare sforzi per provare ad avere fiducia visti gli impegni finanziari milionari della Regione per scongiurare qualunque depotenziamento. Da qui fino al giorno in cui finalmente entrerà in funzione il nuovo, atteso, agognato o contestato ospedale in condominio tra Busto e Gallarate.

L’iter marcia secondo i ritmi della burocrazia, ma è (sarebbe) a buon punto. Entro qualche mese verrà affidata la progettazione esecutiva e, nel 2031, potrebbe essere inaugurato il nosocomio pomposamente chiamato della Grande Malpensa. Nel frattempo la sanità del territorio deve resistere senza rinunce di qualunque tipo. Benché di rinunce, soprattutto per l’ospedale gallaratese, ne sono state fatte parecchie negli ultimi anni. Ora la nuova direzione sta cercando di correre ai ripari, spinta dalla politica che ha bisogno di consensi e mai potrebbe eludere le  richieste dall’opinione pubblica. Che non vuole la chiusura del Sant’Antonio Abate. Anche se il prestigio sanitario del passato (vogliamo parlare, ad esempio, della Diabetologia?) sembra soltanto un ricordo. Ma cambiano i tempi, cambiano i modelli curativi, cambiano, devono cambiare, le strutture. Lo sguardo sul passato è importante, quello sul futuro è decisivo.

Nuovi medici e servizi riattivati. La dg Bianchi: «Gallarate ospedale vivo e in crescita»

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