BUSTO ARSIZIO – Minacce di morte, intimidazioni e un violento pestaggio per costringerlo a cedere la propria attività. È il racconto di un imprenditore di Busto Arsizio, testimone di giustizia sotto programma di protezione, che ha deposto oggi, dietro un paravento e in lacrime, nel maxi processo Hydra in corso a Milano, dedicato alla presunta alleanza tra ‘ndrangheta, Cosa Nostra e camorra in Lombardia. Lo riporta l’Ansa.
La paura a Busto Arsizio
L’uomo, il cui nome non viene reso noto per ragioni di tutela, è l’unica vittima costituitasi parte civile ad aver denunciato le violenze e le minacce subite. «Ancora oggi la gente ha paura a Busto di questi qua, loro vogliono comandare, la gente ancora trema quando sente il nome dei Nicastro. A gruppi picchiano la gente, appena le persone non fanno quello che dicono e nessuno denuncia», ha raccontato davanti ai giudici dell’ottava sezione penale.
Le minacce per cedere il locale
Rispondendo alle domande dei pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, nel processo che vede oltre 40 imputati, l’imprenditore ha ricostruito il presunto controllo esercitato sul territorio dai Nicastro: Dario, il fratello Fabio e il figlio Francesco, a processo per la loro presunta appartenenza alla componente dei cosiddetti “gelesi” del clan Rinzivillo, nell’ambito dell’alleanza tra le tre organizzazioni mafiose contestata dall’accusa. Secondo il racconto del testimone, i Nicastro avrebbero voluto ottenere la cessione del suo locale, dove Francesco Nicastro «voleva spadroneggiare». Al suo rifiuto sarebbero seguite le minacce, anche di morte. «Ti strozzo con le mie mani, do fuoco al locale e ti brucio vivo», gli avrebbe detto Dario Nicastro. La risposta dell’imprenditore: «Io vado avanti legalmente, se non mi ammazzate vi denuncio tutti».
Il pestaggio del maggio 2021
La deposizione ha ripercorso anche una truffa e un’altra aggressione subita negli anni precedenti, ma si è concentrata soprattutto sul pestaggio del maggio 2021. L’uomo ha raccontato di essere stato chiuso all’interno del bar, dove sarebbe stato colpito con calci e pugni fino a riportare la frattura del naso. «Mi sentivo una nullità», ha detto in lacrime, mentre in aula erano presenti Dario e Francesco Nicastro, entrambi liberi. «A Dario Nicastro, però, glielo dicevo: “Ammazzami, perché se no ti denuncio”». Nonostante fosse ancora sanguinante, quella stessa sera l’imprenditore si recò a denunciare l’accaduto, prima di andare in ospedale.
