BUSTO ARSIZIO – «La morte merita rispetto e dovrebbe imporre il silenzio. Ma certe morti non possono lasciarci in silenzio. Quando a morire è una persona privata della libertà, nella sua forma più estrema, quella della privazione della libertà personale in carcere, allora questa morte è, prima di tutto, un fallimento dello Stato». Dopo l’ultimo suicidio in carcere – il 56esimo in Italia – avvenuto ieri, mercoledì 27 agosto, a Busto Arsizio, la presa di posizione della Camera Penale bustocca è netta.
Grida di dolore
«Quando la morte è suicidiaria, il dramma investe con ancora più forza: un suicidio è l’estremo grido di dolore di chi non è riuscito o non ha potuto chiedere aiuto, di chi non ha avuto più alcuna speranza, di chi non ha trovato conforto in chi gli è stato accanto. Le nostre carceri sono, ormai sempre più drammaticamente, cassa di risonanza di queste grida di dolore», prosegue la nota della Camera Penale di Busto Arsizio da sempre impegnata nel garantire diritti e dignità ai reclusi.
Strage silenziosa
Una presa di posizione alla quale fa eco quella del consigliere regionale Pd e componente della Commissione Carceri Samuele Astuti: «Il suicidio avvenuto ieri nel carcere di Busto Arsizio, dove un detenuto di 61 anni si è tolto la vita nonostante il tempestivo intervento della Polizia penitenziaria e dei sanitari, rappresenta l’ennesimo drammatico segnale di una strage silenziosa che da anni si consuma all’interno degli istituti penitenziari italiani».
Sovraffollamento e carenza di personale
Astuti focalizza il punto prima sulla situazione della casa circondariale di via per Cassano « La situazione del carcere di Busto Arsizio è emblematica. La struttura è stata progettata per ospitare 240 detenuti. Oggi, invece, vi si trovano recluse oltre 400 persone, costrette a vivere in condizioni di sovraffollamento intollerabili, che aggravano ulteriormente la già grave carenza di personale e rendono impossibile garantire sicurezza e dignità», dice il consigliere dem, così come fa anche la Camera Penale: «Camera Penale di Busto Arsizio, nell’ultimo periodo, ha effettuato due visite all’interno della casa Circondariale di Busto Arsizio. In particolare, nell’accesso dello scorso 5 agosto, sono state visitate tutte le sezioni, ispezionate celle, raccolto le testimonianze dei detenuti e del personale di Polizia Penitenziaria – si legge nel comunicato diffuso oggi – La sensazione che ne è emersa è quella di trovarsi di fronte a un carcere nel quale, con i limiti strutturali dai quali è impossibile prescindere, molto è stato fatto per perseguire la finalità costituzionale della pena. Ma nessuno sforzo potrà mai essere sostituito da interventi normativi che, oggi più che mai, appaiono non solo urgenti ma non più derogabili».
Situazione fuori controllo
«Questa condizione non riguarda solo Busto Arsizio – continua invece Astuti -, ma l’intero sistema penitenziario nazionale. L’ultimo rapporto di Antigone evidenzia come al 30 giugno 2025 in Italia fossero presenti 62.728 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 51.280 posti. L’affollamento medio ha così raggiunto il 134,3 per cento, il carcere di Busto arriva quasi al 200%. Numeri che parlano da soli e che ci raccontano di una situazione ormai fuori controllo».
Il Governo si assuma responsabilità
Il consigliere regionale mette un punto fermo: serve un intervento da parte di tutte le forze politiche. «È necessario che il Governo si assuma le proprie responsabilità, guidando una risposta strutturale e di sistema, capace di coniugare sicurezza, rispetto dei diritti e percorsi concreti di reinserimento sociale. La vita di ogni persona, anche di chi si trova ristretto in carcere, resta un valore inviolabile».
Basta mistificazioni
Mentre la Camera Penale dimostra – dote purtroppo ormai diventata rarissima – di sapersi ancora giustamente indignare: «Sconforta leggere le parole di illustri personaggi che, anziché intervenire concretamente per ridare dignità ai luoghi nei quali lo Stato esercita il più importante dei suoi poteri (quello di comprimere la libertà individuale) ci raccontano di come il sovraffollamento sarebbe un deterrente ai suicidi o di come i suicidi stessi siano orchestrati dai boss della criminalità organizzata. Una narrazione falsa, buona solo per qualche titolo di giornale e qualche like sui social, ma che non rende onore agli sforzi di chi, quotidianamente, nel carcere si impegna per rendere meno invivibili le condizioni di vita. Non è più tempo di mistificazioni, è tempo di restituire dignità alle persone, di restituire dignità allo Stato, di ascoltare queste grida di dolore», conclude infatti la nota della Camera Penale.
