Calabria: Schlein-Conte e il temuto 0-2

elezioni calabria occhiuto
Elly Schlein e Giuseppe Conte temono il 2 a 0 alle elezioni in Calabria

di Massimo Lodi

Le elezioni in Calabria pronosticano vittorioso il governatore uscente Occhiuto, centrodestra. Accreditato di scarsa presa popolare lo sfidante Tridico, centrosinistra. Non son chiacchiere volanti, è il dato emerso dagli ultimi sondaggi disponibili. Poi, ça va sans dire, tutto in politica si presta a ribaltamenti imprevisti, tanto più se accadono eventi di diffusa eco come il caso della Flotilla. S’attacca a questa speranza il trio Pd-M5S-Avs più soci minori. Ovvero: la mobilitazione pro Gaza e umanitarismo sollecitata dalla mission del volontariato navale potrebbe indurre a schiodarsi parte degli astenuti cronici e ridar fiato alla voce dell’opposizione. Quel che non è accaduto domenica scorsa (Marche) si auspica che succeda domenica prossima, tra Catanzaro Cosenza Reggio eccetera. Si auspica, flebilmente, nelle file degli anti-Chigi.

L’impresa resta ai limiti dell’impossibile. Specie dopo il verdetto che ha reincoronato Acquaroli, non un gigante tribunizio. Quello era l’avversario da battere per tirar su morale e consensi: Ricci vincente avrebbe lasciato intravedere un risultato finale di 4-2 nelle regionali (Marche, Toscana, Campania, Puglia al centrosinistra; Calabria e Veneto al centrodestra), prodromo della futura campagna per le politiche ’27. Invece, se andrà bene sarà un 3-3 (Toscana, Campania, Puglia al centrosinistra; Marche, Calabria, Veneto al centrodestra) e caso mai andasse male, con il cedimento a Meloni-Tajani-Salvini di un altro governatorato, si paleserebbe lo spettro della débacle.

L’opprimente peso psicologico grava su Schlein-Conte, costretti a sopire ogni polemica eppure a capo di due partiti attraversati da imbarazzi, paure, tensioni. Si fa muro perché (partendo da 0-1 e temendo lo 0-2) altro non si potrebbe fare, ma gli sbriciolamenti s’intravedono. Sia nella proiezione amministrativa a breve termine sia nell’orizzonte politico a lunga gittata. L’alleanza regge, tuttavia a malapena. Non s’individua, tra Pd e Cinquestelle, quel comune ubi consistam riunificatore che permetterebbe di dare significato pratico all’unità di schieramento “testardamente” proclamata, ma idem riluttante a riconoscersi nell’appello.

Anche i rivali sovrano-conservatori appaiono divisi, ambigui, improbabili su molti temi, in numerose circostanze. Gli viene però in soccorso, quando le urne si aprono, una leadership sintetizzante che sul versante opposto manca. Alla fine, bongré malgré, i concorrenti interni della Meloni sono obbligati a identificarsi nella sua prevalenza carismatica. Viceversa, i capi fazione del fronte competitivo non hanno ancora trovato la quadra su chi debba personificare l’asse/il blocco. E questo ne influenza la percezione esterna, inducendo come minimo all’incertezza sul voto e come massimo al ritiro dal voto medesimo. È il pericolo d’una resa alla vocazione minoritaria: o lo si allontana in fretta o se ne subiranno a lungo le conseguenze. E non bastano i dannunzianesimi retorici esibiti sui palchi della propaganda a sventare la minaccia. Chissà se Schlein e Conte lo capiranno nel futuro prossimo a venire. O se sarà Meloni a capire che ormai, e per un bel po’, non deve temere nessuno tranne che l’overstima di sé stessa. Un peccato lungo da espiare: lo commise Renzi, e sta ancora pagandone il prezzo penitenziale.

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