A Comabbio in mostra la Venezia di Albino Reggiori tra tele, tavole, disegni e incisioni

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COMABBIO – Albino Reggiori, nato nel 1933 e scomparso nel 2006 a Laveno Mombello, è noto ai più per le famose cattedrali gotiche e le sculture in ceramica. Risale a ventitré anni fa la sua ultima mostra personale dedicata a Venezia: questo tema, declinato in un centinaio di opere fra tele, tavole, disegni e incisioni, verrà presentato al pubblico da domani, sabato 9 novembre, con una raccolta di una ventina di elementi. Alcuni di questi, oggi appartenenti a collezioni private, non sono mai state esposti e quindi rappresenta un’occasione particolare per approfondire la conoscenza della produzione pittorica dell’artista. L’inaugurazione, alla Sala Lucio Fontana in via Garibaldi a Comabbio, è prevista per le 17 e le varie creazioni si potranno ammirare fino al primo dicembre al sabato e alla domenica dalle 10 alle 12.30 e dalle 16 alle 18.30.

Il gioco della luce e le vedute veneziane

La mostra, a cura di Massimo Cassani con la collaborazione di Angela e Alberto Reggiori, è stata organizzata dall’associazione “Il borgo di Lucio Fontana”. Patrizia Foglia, storica dell’incisione e critica dell’arte, nella sua presentazione ha scritto: “La scelta di allestire questa esposizione a Comabbio, presso la Sala Lucio Fontana, è stata una felice intuizione, perché questo è un luogo di cultura e di esperienze umane. Si è voluto far rivivere l’emozione data dal gesto creativo, quella carica spirituale che ha caratterizzato la vicenda artistica di Lucio Fontana, inserita in una stagione culturale ricca di testimonianze e rivelazioni, intensa per le relazioni tra artisti, mecenati, intellettuali, che trova analogie con quella di Reggiori.
[…] Reggiori è stato senza dubbio uno degli esponenti più sensibili dell’arte ceramica novecentesca […] Nella poliedrica ricchezza della sua produzione, così diversificata, troviamo, quale motivo che rende magiche le sue opere, il gioco della luce che definisce, anche attraverso ombre materiche, spazi e volumi, creando figurazioni cariche di una straordinaria fantasia che è alla base della sua ispirazione e che si fonde indissolubilmente con la materia scelta.

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[…] Tra i tanti filoni di ricerca affrontati da Reggiori, quello dedicato alle vedute veneziane accoglie proprio questa dualità, questo guardare al passato, a Venezia quale soggetto di una lunga stagione interpretativa, e nel contempo andare verso un modo di sentire la città del tutto nuovo, penetrando nell’essenza stessa, nella sua anima”. “Vorrei disegnare tutta San Marco, pietra dopo pietra – scriveva John Ruskin nel 1851 in “The stones of Venice” – mangiarla con la mia mente, un tocco dopo l’altro”
[…] Emerge in queste opere la passione per la policromia delle facciate veneziane, per il particolare di nastri e ghirlande che si intrecciano nei capitelli, nelle volute; gli intarsi marmorei sono emblemi di un tempo sospeso, sono i tratti somatici del volto di una città nobile, elegante, “uno scrigno, incrostato di gioielli e un reliquiario decorato”. Così come Ruskin, Reggiori ha riletto Venezia alla luce del passato e in vista di un nuovo ordine interpretativo, perché le sue opere non sono illustrative ma tangibili, nelle quali quell’emozione creatrice che l’opera deve trasmettere si sente vibrare […] Le architetture si impongono allora sullo spazio occupandolo quasi totalmente, sono le protagoniste di una ricerca semantica capace di parlare a tutti anche se a tratti misteriosa ed ambigua”.

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