MAGENTA – «Lo dico senza retorica, oggi per me non è una giornata felice. Qui ho trascorso 7 anni bellissimi, che sono volati». Stenta a nascondere la commozione Nicola Mumoli, primario di Medicina Generale all’ospedale Fornaroli di Magenta, al saluto «caloroso e sincero» che il sindaco Luca Del Gobbo ha voluto tributargli in municipio oggi, giovedì 14 marzo (nella foto), alla presenza di altri membri della giunta, del consiglio e della “macchina” comunale oltre che di Chiara Radice, direttore medico del presidio ospedaliero, di dipendenti del reparto e di Giorgio Cerati in rappresentanza della Fondazione dei Quattro Ospedali.
Sette anni in corsia al Fornaroli
Arrivato a Magenta dalla Toscana, Mumoli, calabrese di origine e laureatosi nel 1989, ha vissuto a Magenta gli anni duri del Covid, finendo spesso sotto i riflettori delle tv nazionali anche per essere stato il primo ad aprire un percorso sanitario post Covid per il controllo e il monitoraggio dei malati. Ora è atteso all’ospedale di Lido di Camaiore, in Versilia, per ricoprire lo stesso incarico scoperto da 5 anni in un reparto che conta 70 posti letto. «Non mi aspettavo questa dimostrazione di affetto – ha detto dopo il tributo che gli hanno reso Del Gobbo e Radice – Qui ho trascorso gli anni più belli della mia vita professionale e ora provo lo stesso magone che provai quando arrivai dall’Isola d’Elba. E come feci allora tengo sempre la porta aperta. Faccio un in bocca al lupo a chi lascio nel reparto e a me, Magenta ce l’ho nel cuore».
La terribile esperienza del Covid
Del periodo buio della pandemia ricorda: «Sono stati anni di dolore e di fatica per tutti, dirigenti, medici, infermieri, Oss, popolazione compresa. Ci siamo tutti stretti come una sola persona, con passione. Non siamo eroi, abbiamo fatto il nostro dovere e il nostro lavoro». E cita alcuni episodi che danno la dimensione dell’orrore vissuto in corsia. «Gli occhi dei miei collaboratori e dei pazienti che soffrivano, un ricordo indelebile di un evento violento e improvviso che ha cambiato tutta la sanità italiana. Una sera mi chiamò la coordinatrice per dirmi che c’era un calo di pressione nei tubi dell’ossigeno: avevamo 400 pazienti ricoverati, il sistema non ce la faceva a reggere, temevo un massacro». E ancora: «Altra cosa terrificante che ricorderò per tutta la vita, i telefonini dei pazienti deceduti che non potevamo dare ai parenti e mettevamo in un sacchetto, dove continuavano a suonare».
Che cosa porterà in Toscana della sua esperienza nella sanità lombarda?, chiediamo. «Ho già cominciato a indicare come si fanno alcune cose qui – risponde il dottor Mumoli – Porterò là il nostro modello di buon funzionamento della sanità pubblica e tanta esperienza, cercando di cambiare alcune cose che là sono più rigide».
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