Congressi unitari, ma la realtà è un’altra

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Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno convocato i rispettivi congressi nelle singole sezioni della provincia di Varese. I meloniani li hanno appena conclusi perlomeno nei centri maggiori, i berlusconiani hanno in corso le assise locali in queste settimane. Uno il comune denominatore: l’unità nell’elezione dei vertici e degli organismi dirigenziali. Doppio ordine di scuderia per offrire l’impressione di compattezza e distensione, di partiti che viaggiano all’unisono, d’amore e d’accordo su idee, indirizzi e, manco a dirlo, sui nomi dei  coordinatori chiamati a dirigere il traffico politico nelle città e nelle località minori.

Per dirla in un altro modo, il confronto democratico, al netto di alcune eccezioni, è ridotto ai minimi termini durante i congressi (congressini) dove si discute poco poco e sulla base di tesi praticamente precostituite. E’ la nuova democrazia interna, la linea del “volemose bene” imposta per ragioni d’immagine piuttosto che di contenuti. Constatazione che vale anche per l’altro pilastro del centrodestra, la Lega, dove i personalismi sono presenti sottotraccia e non rispondono affatto alla necessità di procedere in un’unica direzione. Molto facilmente nessuno dei diretti interessati darà conferme, preferendo glissare su scenari dove, per dirla con una frase fatta, la brace cova sotto la cenere.

A Varese, ad esempio, i Fratelli sono già in lotta per esprimere un possibile candidato sindaco per il 2027, maneggi neanche tanto nascosti tra le fazioni interne e, addirittura, tra personalità che lavorano per conto proprio nel tentativo di imporre un loro esponente. Battaglie aperte a Castellanza e Saronno dove si va al voto tra qualche mese. A Gallarate e Busto Arsizio, Forza Italia è divisa in due squadre contrapposte, che si confrontano non sui programmi politici e amministrativi ma sul numero delle tessere.

L’esito dei congressi potrà anche essere unitario, ma comunque foriero di guai per il futuro perché, comunque finiscano, lasceranno sempre degli scontenti se non, addirittura, produrranno rancorosi cambi di casacca. Dunque, unanimità soltanto di facciata. In passato eccelleva in questa pratica il Partito comunista. Molto meno la Democrazia cristiana e il Partito socialista, i cui congressi erano dominati dalle correnti (la Dc ne produceva a getto continuo) e da tesi antitetiche sulle quali si confrontavano e votavano i congressisti per eleggere i loro dirigenti e decidere le alleanze. Insomma, si litigava ma alla luce del sole.

Oggi le cose vanno in un altro modo e in senso trasversale, emergono concetti inediti del confronto democratico, che rimanda, per paradosso, alle assise sovietiche piuttosto che alla democrazia occidentale. La quale, in verità, è traballante più che mai per effetto di quanto succede di là dall’Atlantico, per i condizionamenti dei nuovi oligarchi all’americana a sostegno di Donald Trump e della sua corte. Per l’avanzare di autocrati che, addirittura, si ingegnano per governare il mondo. Qui da noi ci si accontenta di governare città e paesi, però con punte di dispotismo diffuso in molti sindaci, e sulla spinta di un unanimismo che non esiste se non nelle intenzioni dei partiti e negli intenti di truccare la realtà a fini esclusivamente elettorali.

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