De bello referendario

refeendum guerra trump
Donald Trump, la guerra e il referendum costituzionale: quali interferenze?

di Massimo Lodi

La guerra condizionerà il referendum? Forse sì, forse no (a proposito di risposta da dare sulla riforma della giustizia). Forse più sì che no. Con probabile vantaggio del no sul sì. Però nessuno osa scommettere a putiferio straripante. Tuttavia, realismo alla mano: la tempesta militare in Iran genera paura, incertezza. Afflizione, malumore. Grigiore, ombrosità. Tipo: ci dobbiamo fidare di chi si fida dell’Americano First che assieme all’Israeliano più First di lui ha scatenato il pandemonio? Letteralmente: pan-demonio cioè totale diabolicità, pur se determinata da misura preventiva verso un regime terrorista.

Il processo (appunto) emotivo è tale. Basta far due chiacchiere tra la gente che anche qui -lontano dalle bombe- comincia a vivere sulla sua pelle l’effetto Epic Fury e Roaring Lion. Furia epica e ruggito di leone a difesa della libertà/democrazia, purtroppo violando diritti internazionali, patti consultivi tra alleati, ogni ragionevole sforzo d’intelligenza diplomatica eccetera. Così si transita dalla condizione di possibili aggrediti al rango d’ imbarazzanti aggressori, e si divide un fronte occidentale che dovrebbe/deve rimanere unito sempre. Tanto più nelle ambasce dell’emergenza. D’una qualunque emergenza, figuriamoci se bellica.

Questo sentimento che rimbalzo avrà sul referendum? Potrebbe indurre a disertare le urne, con la spiegazione che c’è roba diversa cui pensare. Potrebbe indurre a inquadrare le forze governative, cioè i pro Sì, quali belliciste e ambigue, essendo pur fra balbettii dalla parte di Trump. Potrebbe indurre a privilegiare i campolarghisti di sinistra, cioè i pro No, che raccontano Siamo come Sanchez, ovvero niente guerra, niente basi agli americani, niente più spago al tycoon che ci sta legando tutti al carro della morte. Economica, se non fisica. Potrebbe, certo, indurre al contrario di quanto appena accennato, poiché le tragedie innescano l’imprevedibile: e dunque viva gli sterminatori degli ayatollah e chi li fiancheggia. In ogni caso, di separazione delle carriere tra pm e giudici, di sorteggi dei componenti del Csm, d’istituzione di un’Alta corte rischia d’importare zero tra quindici giorni.

Già il dissennato propagandismo aveva spostato la valutazione degl’italiani dal merito della questione ai meriti/demeriti di Chigi; adesso ancor di più il focus diventa la postura di premier, governo, maggioranza sulla guerra. E dunque: 1) come si saranno comportati sino ai giorni referendari, 22-23 marzo; 2) a quale destino consegneranno il Paese, o meglio la Nazione, secondo sovrano concetto; 3) che distanza-non distanza si sarà stabilita con il Bombardiere e ovviamente con i bombardati, a loro volta divenuti bombardieri.

Pasticciaccio brutto, il referendum. Era figlio d’un mancato e doveroso dibattito parlamentare, trattandosi di revisione di sette, dicasi sette, articoli della Costiuzione. È diventato figlio dell’inafferrabilità del caso, anche se uno a caso, l’imperatore d’Oltreoceano, si picca d’indirizzare gli eventi mondiali senz’avene predisposto la regolazione degli effetti. Nel dettaglio: senz’avere pronta la soluzione a un problema, dopo averlo creato. Pollice su o giù a The Donald e ai suoi fedeli? Eccolo, l’automatismo assurdo che scelte assurde rendono possibile evocando Epic Fury e Roaring Lion. Là in Iran, qui in cabina elettorale. Racconteremo un De bello referendario? Forse, chissà, senz’altro. Resta da scoprire, dopo la trama, il finale.

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