“Debe” e la passione per una destra del dialogo

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Giuseppe "Debe" De Bernardi Martignoni

Se esiste una destra dialogante e più moderata, come esiste, Giuseppe De Bernardi Martignoni l’ha interpretata al meglio. Un politico quasi sui generis rispetto alla stragrande maggioranza dei suoi colleghi per l’empatia che lo distingueva e che, in un certo senso, era la sua forza. In tanti anni ricordiamo una sola volta in cui alzò la voce, quando aprì, a scopi puramente elettorali, una sede di Fratelli d’Italia a Gallarate, per chiuderla qualche settimana dopo le elezioni. Non gli piacque il tono dell’articolo che segnalava la vicenda, ma il giorno successivo a quella sfuriata chiese addirittura scusa. In tanti anni di militanza giornalistica ci è capitato rarissime volte che un politico chiedesse scusa a giornalisti “rompiscatole” e “ficcanaso”.

A qualcuno sembrerà un episodio marginale, quasi un dettaglio; invece è la spia di un modo di essere, di una sensibilità accentuata  e, se volete, di un saperci fare da vero, sgamato politico. Spaccava e ricuciva, forse per il disagio che gli procuravano i confronti, meglio, le risse della politica e, quindi, le cesure nei rapporti. Anche con la stampa, a cui faceva arrivare indiscrezioni, anticipazioni e notizie ufficiali con l’abilità di un consumato comunicatore: a seconda delle circostanze e delle opportunità del momento politico, una volta un giornale di carta, un’altra volta un online, così, per non fare differenze. Ineguagliabile.

Al di là dell’aneddotica di decenni sulla scena amministrativa, De Bernardi Martigoni, il Debe o il Beppe che tutti conoscevano, con quel doppio cognome che evoca ascendenze nobiliari e quasi intimorisce, lascia un’impronta importante a Gallarate e in provincia di Varese. Qui ha svolto tutta la sua carriera pubblica e privata (faceva il taxista). Ha partecipato da protagonista fin dai primi anni del Movimento Sociale agli accadimenti, alle involuzioni e ai riposizionamenti della sua componente; dopo la svolta di Fiuggi, ecco il berlusconiano Popolo delle Libertà. Il Pdl non l’ha mai convinto fino in fondo, benché non derogò affatto ai suoi impegni, personali e collegiali. Come mai trasgredì agli ideali e ai valori della destra. Parlava coi comunisti, perché parlava con tutti, ma distinguendo subito i ruoli, senza creare confusioni di appartenenza e con la consapevolezza di posizioni inconciliabili.

Gallarate, poi la Provincia, di nuovo Gallarate come presidente del consiglio comunale e, finalmente, la Regione. Obiettivo, quello di diventare consigliere regionale, che era un po’ il coronamento di una lunga, intensa militanza. Ed è lì, una volta raggiunto il traguardo, che l’ha colto la malattia, subdola, pervasiva, impossibile da sconfiggere. Debe l’ha affrontata con coraggio, ma quando lo si sentiva al telefono o qualcuno gli faceva visita, a volte abbassava gli scudi per dare sfogo allo sconforto. Un dolore immenso per tutti coloro che l’hanno frequentato o semplicemente conosciuto.

Siamo però sicuri che al “coccodrillo” di prassi, e alla diffusa, irrefrenabile tristezza alla notizia della sua prematura scomparsa,  preferirebbe si scrivessero certe storie della sua vita: quando le ricordava, si divertiva un mondo. Come quella volta che per partecipare a una manifestazione a Milano, “rossi contro neri”, mentre usciva dalla metropolitana in piazza Duomo, fu investito da una secchiata di vernice (“Rossa!”) tirata da un avversario. Dio sa quanto vorremmo riascoltare la sonora risata con la quale, terminato il racconto, sdrammatizzava quell’episodio. Grande Debe, ci mancherà.

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