MILANO – Stefano Binda non avrebbe fatto nulla per evitare l’applicazione della misura di custodia cautelare emessa a suo carico dal Gip di Varese Anna Giorgetti che ha portato al suo arresto (e alla detenzione in carcere per quasi tre anni) nel gennaio del 2016.
L’accusa per il 50enne di Brebbia era quella di aver violentato e assassinato quasi 30 anni prima la giovane studentessa varesina Lidia Macchi. Binda è stato assolto in via definitiva da ogni accusa nel 2019.
Risarcimento da rivalutare
Binda sapeva di essere indagato dal 5 agosto del 2015. Secondo la Corte di Cassazione il 50enne non avrebbe fatto nulla, in questo lasso di tempo, per evitare arresto e carcere. Questo, in sintesi, il cardine sul quale si basano le motivazioni della Massima Corte che ha annullato con rinvio la prima sentenza della Corte d’Appello di Milano (impugnata dalla Procura generale meneghina) con la quale si riconosceva a Binda un risarcimento di circa 300mila euro per l’ingiusta detenzione subita.
Cosa avrebbe potuto fare?
«E che cosa avrebbe dovuto fare? – commenta oggi l’avvocato Patrizia Esposito, difensore del brebbiese insieme al collega Sergio Martelli – Ha sempre sostenuto di non aver ucciso nessuno, tanto meno Lidia Macchi. Ha sempre detto di avere un alibi: nel giorno dell’omicidio era in vacanza in montagna. Non ha tolto alcun oggetto dalla propria abitazione. Per applicare una misura deve sussistere il pericolo di inquinamento probatorio. Da agosto a gennaio il nostro assistito non ha mai contattato nessun possibile testimone; non ha parlato con nessuno o cercato di influenzare nessuno. E come avrebbe potuto inquinare in altro modo le prove a 30 anni di distanza dal delitto. Sempre per applicare una misura occorre sussista il pericolo di fuga dell’indagato: da agosto a gennaio Binda non si è mai mosso da Brebbia. Infine la reiterazione del reato ma mi pare una follia. Tutto questo lo abbiamo spiegato in una memoria difensiva. Adesso dobbiamo attendere l’evolversi della situazione».
