Dove va l’informazione? La lezione di Montanelli

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Scriveva Indro Montanelli nell’editoriale sul primo numero del suo Giornale: “Questo giornale nasce da una rivolta e da una sfida”. Era il 1974, ma l’incipit montanelliano rimane in qualche modo attuale, quanto meno per l’informazione in generale, caratterizzata dalla rivolta e dalla sfida di internet e, manco a dirlo, dell’intelligenza artificiale. E’ in atto una rivoluzione. Cambia tutto, eppure non dovrebbe cambiare nulla. Le nuove tecnologie propongono, anzi, impongono modelli innovativi, appunto rivoluzionari, rispetto al recente passato. Ma l’essenza dell’informazione, quella no, deve rimanere sempre la stessa, caratterizzata dal rispetto deontologico e dall’etica professionale. Valori che sembrano relegati sullo sfondo di un giornalismo sempre meno libero e, per questo, meno serio e affidabile.

La lezione dell’ineguagliabile Indro ci dice appunto questo. Se n’è parlato lunedì sera al Maga di Gallarate, nell’ambito di Duemilalibri, con Luigi Mascheroni de “Il Giornale”, autore di “Come un vascello pirata”, volume che tra approfondimenti, aneddoti e un’antologia di editoriali e articoli ripercorre la storia di un saggista, di uno scrittore, di un uomo in prima linea, “senza bandiere, ma sempre schierato”. Basterebbe questo per definire la straordinaria avventura professionale e culturale del più grande giornalista italiano del secolo scorso.

Una lezione, dicevamo, che al Maga, coordinati da Sara Magnoli, ha beneficiato del contributo di Giuliano Molossi, già direttore tra l’altro de Il Giorno e della Gazzetta di Parma, e di Letizia Moizzi, nipote di Montanelli. Scarso pubblico, totale assenza di scriba locali. Un peccato. E, in un certo senso, la conferma di come certi appuntamenti finiscano per passare in secondo piano anche per gli addetti ai lavori. La scusa: abbiamo tutti altro da fare e poco da apprendere. Pensiamo, sbagliando, di non avere bisogno di imparare rispetto a un giornalismo che corre (le notizie si bruciano nel giro di qualche ora al massimo) e che, con i  grandi del passato, ha poco o nulla da spartire.giornalismo montanelli duemilalibri

Altri tempi e altre logiche. Il rigore della scrittura, l’attendibilità delle fonti, le verifiche dei fatti sembrano obblighi di un’altra epoca. Quando il caporedattore ti chiamava per domandarti: “Che mi dici dei due delitti di Busto Arsizio?”. “Quali delitti?”. “Nel tuo articolo hai ucciso il congiuntivo e la sintassi”. Per non dire dell’esasperata competività in sede nazionale e locale: si fa a gara per arrivare primi, la fretta sfocia nell’approssimazione. Poi ci sono testate che nascondono notizie anche importanti perché già pubblicate dalla concorrenza, come se una notizia fosse di qualcuno e non di tutti. Accade soprattutto in provincia, dove spesso fa premio la sciatteria. E con la sciatteria hanno spazio la piaggeria e la riverenza (sottomissione) a chi comanda. Salvo impancarsi con citazioni colte che non c’entrano nulla con il contesto dell’articolo.

Per continuare con notizie sensazionalistiche, clamorosamente false, date in pasto ai lettori come fossero vere, alle quali non seguono mai adeguate smentite: “I giornalisti non sbagliano mai, e quando sbagliano la colpa è di altri”. Il mettersi in discussione? Quando mai. Potremmo dilungarci negli esempi, ma sarebbe davvero troppo. Lo sfogo finirebbe per apparire eccessivo e finanche inutile, per alcuni ingeneroso. Ma è a questo punto che la lezione di Montanelli diventa indispensabile per la nostra categoria, proiettata nel futuro, però incapace di “rubare” il mestiere a chi l’ha interpretato ai livelli più alti, in tutti gli aspetti soprattutto uno: quello etico. Esercizio retorico, se si vuole, ma anche l’unico che ci aiuterebbe a capire dove va l’informazione. Specialmente quella locale.

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