La foto del bambino senza braccia (le ha perse durante un bombardamento a Gaza) che ha vinto il World Press Foto of the Year è l’immagine che “definisce” la Pasqua del 2025, è la sua icona che ci pone davanti alla realtà. Non ci sarebbe bisogno di altre parole per commentare il giorno della Resurrezione, della speranza, del ritorno alla vita calpestato dalle guerre, dalla devastazione, dal dolore, dalla morte di decine di migliaia di persone inermi, a cominciare dai bambini.
“Terza guerra mondiale a pezzi” l’ha chiamata Papa Francesco. “Porterò la pace il giorno dopo la mia elezione ” aveva promesso Donald Trump prima di riconquistare la Casa Bianca. Infatti. Da una parte la sofferta consapevolezza di chi, per la pace, opera in modo sincero, dall’altra l’improntitudine del politico che però regge le sorti del mondo. Ucraina, Palestina, Medio Oriente: terre martoriate, senza che per il momento si riesca a intravedere uno sbocco sicuro verso la normale convivenza. Se ne parla, se ne parla anche troppo, senza che al tanto chiacchierare corrispondano soluzioni concrete, arrivino certezze di pace.
I media ci mandano notizie, ci informano, in qualche modo aiutano a toglierci dal torpore, dall’abitudine, dalla soporifera e inaccettabile indifferenza rispetto a quanto di terribile succede altrove, persino a pochi passi dal nostro Paese. Non è una consolazione, ma Tv e giornali dovrebbero servire anche a scuotere le coscienze, almeno adesso che è Pasqua. Non così per altre guerre, di questa “guerra mondiale a pezzi”. Tragedie dimenticate, popolazioni lasciate al loro destino, senza che qualcuno, magari il bullo che, con la sua tracotanza, ci fa credere di essere l’unico capace di zittire i cannoni, spenda una sillaba o muova un passo per questi conflitti.
Uno per tutti, in Sudan. Si spara da due anni: la lotta tra milizie e esercito ha già fatto 150mila morti, 13 milioni di sfollati, 25 milioni di persone che patiscono la fame. “Ai bambini diamo da mangiare le foglie” racconta una madre al giornalista del Corriere della Sera, uno dei pochi quotidiani che ha “celebrato” con un articolo l’anniversario del primo colpo di fucile nel Paese africano. Racconti raccapriccianti, storie di ordinaria disperazione dal campo profughi di Zamzam dove sono ammassati mezzo milione di poveracci, spesso vittime di massacri. E il mondo?
Neanche da credere. Appunto, neanche da credere il silenzio che avvolge questa ulteriore tragedia umanitaria. Come se non esistesse, dimenticata dai potenti della terra, dai nuovi padroni del “disordine mondiale”, disinteressati a quanto accade laggiù, in un Paese che non sollecita gli appetiti economici e egemonici di chi ci governa. Ma forse siamo tutti un po’ complici quando non vediamo o, peggio, facciamo finta di non vedere. Quel bambino di Gaza senza braccia è lì per ammonirci, è uno schiaffo alla nostra anima ottenebrata: sulla Croce c’è finito anche lui. Ma nessuno dica che è un paradosso, se crede nella Resurrezione.
