Elezioni di midterm: Trump e l’onda blu

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di Giacomo Iametti

A due anni dalla notte elettorale delle presidenziali americane, la vulgata descrive un Donald Trump in difficoltà, che potrebbe concludere il proprio mandato con un Congresso a maggioranza democratica. È innegabile che il Presidente attraversi una fase di scarso gradimento: secondo i sondaggi, soltanto il 38% degli americani approva il suo operato. Si tratta di un dato preoccupante per i repubblicani, ma non del tutto inedito nel panorama politico statunitense. Anche Joe Biden, durante la propria presidenza, ha dovuto fare i conti a lungo con indici di popolarità molto bassi. La vera sfida di queste elezioni, tuttavia, riguarda soprattutto la capacità dei democratici di ricostruire una base elettorale solida, in vista della battaglia per la Casa Bianca tra due anni.
I sondaggi degli ultimi mesi prospettano una possibile «onda blu», cioè una vittoria democratica in grado di ribaltare la risicata maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti, oggi sostenuta da un margine di appena un voto.
Il punto di partenza è di 219 seggi per i repubblicani contro 214 per i democratici. Le rilevazioni prospettano un netto vantaggio democratico: ai democratici vengono attribuiti almeno 220 seggi, contro i 196 previsti per i repubblicani, mentre altri 19 collegi resterebbero in bilico. Il risultato finale potrebbe portare i democratici intorno a quota 230, consegnando loro una maggioranza solida e consentendo al deputato newyorkese Hakeem Jeffries di diventare il primo afroamericano a ricoprire la carica di Speaker della Camera nella storia degli Stati Uniti.
Se la partita alla Camera dei Rappresentanti appare ormai indirizzata, la vera sfida si giocherà al Senato. Qui ogni Stato elegge due senatori e la competizione si presenta decisamente più serrata. Sarà soprattutto l’esito di questa contesa a misurare lo stato di salute della presidenza Trump.
Attualmente i repubblicani guidano il Senato con 53 seggi, contro i 45 dei democratici; a questi ultimi si aggiungono due senatori indipendenti, che votano abitualmente con la minoranza.
I sondaggi descrivono sfide molto combattute, anche in Stati che fino a pochi anni fa erano considerati roccaforti repubblicane.
Martedì saranno rinnovati 33 seggi senatoriali: 20 sono attualmente occupati da repubblicani e 13 da democratici. Già questo dato dà la misura dello sforzo che il Partito repubblicano dovrà compiere per difendere la propria maggioranza. Alcune delle sfide più delicate si svolgono nei cosiddetti swing state, gli Stati in bilico che, con il loro voto, possono risultare decisivi nelle elezioni presidenziali.
La partita si giocherà, però, in una manciata di Stati: i consueti Michigan e Ohio, ma anche roccaforti repubblicane apparentemente inattaccabili come Texas e Kansas, ai quali si aggiungono Iowa e il particolare caso del Maine.
Secondo i sondaggi, i democratici dovrebbero risalire a quota 49 seggi, compresi i due indipendenti, contro i 46 che sembrano al momento sicuri per i repubblicani. Resterebbero quindi cinque seggi da assegnare. Per conquistare la maggioranza, i democratici dovranno però ottenere almeno due di questi seggi: in caso di parità, con 50 senatori ciascuno, sarebbe infatti il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, a esprimere il voto decisivo, facendo pendere nuovamente la bilancia dalla parte repubblicana.
Proviamo allora a passare in rassegna i principali scenari, Stato per Stato.
Il particolare caso del Maine. Situato nel New England, in un’area tradizionalmente orientata verso i democratici, il Maine ha votato per Kamala Harris nel 2024. Eppure, la repubblicana moderata Susan Collins, già governatrice dello Stato, rappresenta una vera istituzione politica locale. Siede al Senato dal 1997 ed è sempre stata riconfermata. I sondaggi la vedono in svantaggio di appena un punto percentuale: una partita apertissima. Paradossalmente, dunque, una parte del destino della presidenza Trump potrebbe dipendere proprio da una senatrice repubblicana centrista e moderata, certamente non Trumpiana.
In Iowa la contesa registra un leggerissimo vantaggio per la candidata repubblicana Elizabeth Hinson, che punta a passare dalla Camera dei Rappresentanti al Senato. La sfida resta aperta, ma nelle ultime settimane diversi sondaggi hanno concordato nell’attribuire ai repubblicani un margine favorevole.
Di segno opposto è lo scenario dell’Ohio, dove i sondaggi segnalano un vantaggio crescente per il candidato democratico. La sfida sembra indirizzata, anche se negli ultimi anni l’Ohio ha rappresentato una solida base elettorale per le vittorie di Donald Trump. Una vittoria democratica in questo Stato della Rust Belt avrebbe un peso notevole nella corsa al Senato. Non bisogna infatti dimenticare il vicino Michigan, dove è in campo un candidato collocato all’estrema sinistra: i due Stati presentano un elettorato, sotto il profilo economico e sociale, per molti aspetti sovrapponibile. Entrambi potrebbero quindi tingersi di blu, assegnando ai democratici due seggi potenzialmente decisivi per la conquista della maggioranza.
Un discorso a parte meritano Kansas e Texas, tradizionali roccaforti repubblicane che sembrano risentire dell’egocentrismo del Presidente e del malcontento legato all’aumento del costo della vita. In Texas si vota anche per il governatore: su quel fronte, Abbott, figura di primo piano della politica texana, non sembra avere rivali. La competizione per il seggio senatoriale, invece, è tutt’altro che scontata. Il democratico James Talarico, presbiteriano e profondamente religioso, sembra essere favorito rispetto a Ken Paxton, fedelissimo di Trump e rappresentante dell’ala più conservatrice del Partito repubblicano. Paxton ricopre dal 2015 la carica di procuratore generale del Texas ed è stato uno dei più accesi oppositori dell’ex presidente Biden. Un’eventuale sconfitta in Texas di un candidato così vicino a Trump potrebbe consegnare ai democratici la maggioranza al Senato e aprire una seria crisi nel campo repubblicano, anche in vista della scelta del candidato conservatore alle prossime presidenziali.
In Kansas, dove i sondaggi registrano un incredibile testa a testa, il solo fatto che la competizione sia così aperta rappresenta già una notizia per i democratici. È probabile che alla fine prevalga il candidato repubblicano sostenuto da Trump, ma anche questa sfida potrebbe rivelarsi determinante per la tenuta della maggioranza al Senato.
Infine, una curiosità. Come spesso accade nelle elezioni americane, anche questa volta le aree più periferiche potrebbero fare la differenza e non si può escludere qualche sorpresa. I sondaggi attribuiscono infatti ai democratici un possibile successo in Alaska, uno degli Stati meno popolosi del Paese. Il senatore uscente Dan Sullivan, in carica dal 2015, sembra però aver recuperato consensi. Chissà che non sia proprio l’Alaska a salvare la maggioranza repubblicana e, indirettamente, Donald Trump.
In conclusione, salvo sorprese, i democratici potrebbero conquistare entrambi i rami del Congresso, dando di fatto il via alla campagna elettorale per le presidenziali del 2028. Non è tuttavia escluso che l’affermazione di candidati democratici percepiti come troppo radicali — si pensi al caso del sindaco di New York o alla situazione del Michigan — possa finire per favorire, proprio nel 2028, gli eredi politici di Donald Trump.
Ora non resta che aspettare.

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