di Massimo Lodi
Più che ricostruire, azzerare. A questo è tenuto il Pd dopo il successo elettorale che lo rende egemone nell’opposizione al Georgismo. Mettersi alle spalle il passato, guardare al futuro. Semplificando il presente: si comincia da tutto e da nulla insieme. Tutto è quanto l’area non di destra ha conquistato in voti. Nulla è la base dalla quale reinventarsi. Ovvero: tabula rasa, su cui incidere il new deal senza vincoli.
Serve un progetto. Anzi, il Progetto. Schlein lo sa bene. Idem gli alleati potenziali, da Avs ai post-grillini ai centristi con le orecchie basse. Scenario inclusivo, orizzonte limpido, percorso lungo. Al di là delle soste per amministrative prossime venture, il traguardo sono le politiche del ’27, a legislatura conclusa. Perché tanto durerà, salvo sorprese, il governo meloniano, sia pure corretto qui e là nella revisione d’autunno o in step ulteriori.

È un impegno di cifra opposta rispetto a quello cui si dedicò a suo tempo la futura premier: non personalistico e invece multiforme/composito. Cioè plurale, termine affatto vago: racchiude il senso del recente voto per Strasburgo, letto in chiave nazionale. Il Pd è andato meglio del previsto avendo concorso all’impresa le sue diverse anime, producendo un’idea trasversale di radical/riformismo piaciuta a molti. Questa è la strada. Schlein immaginava un anno fa di percorrerne una diversa, le circostanze le han consigliato di seguire la mappa alternativa. È l’itinerario segnato da presenze strategiche: le personalità di lunga esperienza, gli amministratori locali. Il tesoro dei Dem, assolutamente da valorizzare, mettendolo al servizio della causa nazionale. Chi viene dalla lontana militanza sa come interloquire coi militanti. Chi viene dai territori sa quali risposte dare a chi sui territori vive.
Metabolizzata l’occorrenza d’affidarsi al senso pratico, dovrà seguire la cucitura del tessuto di partnership tra sodali dell’intesa di centrosinistra. Ricamo difficile, ma il filo c’è. Bisogna saper usare da maestri l’ago, e forse l’arte diplomatica d’una giovane donna risulta oggi più utile degli artifizi di vecchio conio. Tanto più nell’avocazione del consenso extra moenia: non va dimenticato che per vincere, nel momento topico, bisognerà sommare alle schede di chi le va comunque a mettere nell’urna, le schede di chi da un bel po’ si rifiuta di ritirarle e di scriverci sopra una x e qualche nome. Mobilitare l’universo astensionista, insomma.
Allo stesso modo, individuare il designato a Palazzo Chigi, nel caso capitasse l’occasionissima. Non è detto che tocchi al leader della maggior forza di coalizione. Senz’altro al più rappresentativo del popolo di cui si candiderà a tutelare gl’interessi, mediando tra i diversi richiami di fazione. Sintetizzando: si apre per il Pd, e per il fronte progressista, una partita da giocare senza schemi rigidi, salvo quello d’intercettare le emergenze sociali d’una marea d’esclusi. Precondizione: fare in fretta a snebbiarsi le idee, iniziare il cammino, scegliere le persone giuste. L’improvvisazione no, proprio no. La fantasia sì, augurabilmente sì.
