Il garibaldino che è in noi

Ernesto cairoli garibaldino Biumo

di Massimo Lodi

Merita oggi, data d’uno storico anniversario locale, ricordare Ernesto Cairoli, cui è intitolato il liceo classico di Varese. Fu combattente garibaldino, patriota d’avanguardia, uomo di generosità estrema. E il protagonista di cospirazioni giovanili per far circolare tra i compagni dell’università pavese i libri vietati dalla censura austriaca. E il militante della spedizione al fianco di Garibaldi quando a metà dell’Ottocento sbarcò a Sesto Calende puntando poi su Varese. E il glorioso assaltatore della battaglia di Biumo inferiore il 26 maggio 1859, fino a che una fucilata non lo assassinò.

Veniva da una famiglia carica di gloria. Il fratello maggiore Benedetto, poi divenuto deputato del Regno d’Italia e due volte ministro, prese parte alla spedizione dei Mille. Luigi, sottotenente delle camicie rosse, morì di tifo a Napoli nel ’60. Enrico, idem fedelissimo del Generale, venne ucciso a Villa Glori nel ’67 e Giovanni, rimasto ferito nella circostanza, si spense due anni dopo a Belgirate invocandolo nel delirio. Erano i figli del medico chirurgo Carlo e della contessa Adelaide Bono, definita “patriotticamente italiana fino al romanzo”. E che romanzo, tragico purtroppo.

Al podestà Carlo Carcano, firmatario d’una commossa lettera all’indomani della tragedia di Biumo (oltre a Ernesto spirarono altri diciassette garibaldini, e nove nei giorni successivi), Adelaide ebbe la forza morale, lo spirito religioso e la determinazione politica di rispondere: “Spero che Dio vorrà farmi trovare quell’elemento di vita che valga a sorreggermi, finché io possa veder libera la nostra Italia, come la chiede il sacrificio tutt’ora invendicato dei nostri poveri martiri”.

La morte di Ernesto e il gigantismo etico/epico dei familiari colpirono talmente Garibaldi da indurlo a impartire, il giorno successivo all’ecatombe biumensina, una nuova parola d’ordine agl’intrepidi seguaci: “Santo Cairoli”. Sarebbe divenuta il grido di guerra dei successivi eventi risorgimentali.

Due note a seguire. La prima nota: del Cairoli e dei tanti valorosi/temerari ai quali siamo debitori, nessuno, o quasi, sa alcunché in un Paese all’oscuro del suo passato e, all’apparenza, lieto d’esserlo. Sarebbe il caso di rimediare a quest’ignoranza che si perpetua di generazione in generazione, sciaguratamente peggiorando sé stessa. La storia locale, che nella fattispecie è nazionale, merita d’essere insegnata nelle scuole, altrimenti non radicate sul territorio come impone la valenza che il territorio rappresenta. 

La seconda nota: anziché disquisire in astratto di crisi dei valori, chiacchiera sempre in gran voga, sarebbe meglio addentrarvisi indicando esempi concreti/positivi. Quello di Ernesto Cairoli è uno. Oltre che nel dovere di dar forma a un’Italia unita, superando particolarità ed egoismi, credeva nei fondamentali del vivere individuale e collettivo: la passione per il bene comune, il pretendere molto da sé stessi per richiederne qualcosa agli altri, l’amore per la libertà. Anche e specialmente la libertà di pensieri opposti. Fu un pre illuminato, più che un post illuminista: possedeva l’innato talento (la vocazione) per la socialità virtuosa. 

Non è una qualunqueria acida e banale affermare che la politica odierna sbiadisce al confronto con la politica d’allora: il livore del sovranismo antistranieri, l’esercizio della democrazia partecipata a parole e spesso non nei fatti, mostrano un evidente risvolto egoista -se non cinico- nel paragone con l’autentica dedizione popolare che fu del Cairoli e d’una moltitudine come lui. Celebriamola anche così l’importanza di chiamarci Ernesto: uno che sapeva mettersi al servizio di tutti senza dirlo, e invece facendolo.

Studenti del Cairoli di Varese a scuola di giornalismo e comunicazione in Comune

Ernesto cairoli garibaldino Biumo – MALPENSA24

 

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