SUMIRAGO – C’è del surreale nella seduta di giovedì sera, 25 luglio, del consiglio comunale di Sumirago. Da scuotere la testa, tra il divertito e lo sconfortato, di fronte ai due esponenti della lista Meloni – Noi per Sumirago eletti a Villa Molino che si contendono la rappresentanza di Fratelli d’Italia. Da una parte Stefano Romano, già candidato sindaco e attuale presidente del circolo meloniano di Gallarate, dall’altra Pasquale D’Alessio, esponente locale del gruppo che si contrappone allo stesso Romano. Una querelle resa pubblica attraverso comunicati stampa nei quali tutti si dicono titolati a portare le insegne di Giorgia Meloni (“A Sumirago, i veri ‘Fratelli’ siamo noi” – “No, siamo noi”) e arrivata all’attenzione dell’assemblea civica attraverso una maliziosa e un po’maligna interrogazione della maggioranza dei Cittadini per Sumirago, che domandano chiarezza sulle posizioni divergenti comparse sui giornali e palesate in consiglio. Roba da Baruffe chiozzotte, anche se nella fattispecie non si tratta di goldoniane schermaglie amorose bensì politiche, di quella specie di politica che favorisce a mille il disinteresse della gente per le urne.
Giusto o no discuterne in consiglio?
Alle corte, chi sia il legittimo “padrone” del marchio meloniano non s’è capito. Romano ha giudicato impresentabile l’interrogazione secondo la norma che indirizzerebbe le interpellanze in esclusiva al sindaco e non ai componenti del consiglio. Il segretario comunale, chiamato in causa, ha detto senza dire, si può ma anche no, dipende dal regolamento che, a Sumirago, non contempla un simile caso e, quindi, ha buttato la palla al sindaco. Il quale, anzi, la quale, Yvonne Beccegato, ha sottolineato, rafforzata dall’intervento del suo vice Mauro Croci, che la questione è di interesse generale perché riguarda la formazione delle commissioni, la nomina dei capogruppo, le comunicazioni e via discorrendo rispetto alla normale prassi istituzionale. Ergo, l’assemblea civica ha (avrebbe) tutto il diritto di esaminarla e di averne contezza.
Romano esce dall’aula
Per non saper né leggere né scrivere, come si dice, Romano è uscito dall’aula, evitando di prendere parte alla discussione. Una fuga dalle proprie responsabilità politiche? Un escamotage per disinnescare la grana diventata pubblica? Un modo per affermare che i panni sporchi si lavano in famiglia? Le interpretazioni sono soggettive, tant’è che D’Alessio è rimasto solo a fornire spiegazioni. Anzi, a rimandare quasi in imbarazzo i chiarimenti ai comunicati di cui sopra che, in buona sostanza, rispetto alle motivazioni della fronda fratelliana, pongono in luce il vero o presunto dispotismo di Stefano Romano: secondo i suoi accusatori, fa e disfà senza consultare la sezione, come fosse un uomo solo al comando di scarso ascolto e tanta sicumera. Perciò va esautorato. Sarà così? Boh. Ciò che rimane evidente sono le differenze valutazioni sui singoli provvedimenti consiliari: uno vota sì, l’altro si dissocia, e viceversa. Come è accaduto lunedì sera con le variazioni di bilancio.
Crisi di crescita
Di fatto i Fratelli di Sumirago vanno in scia alle tensioni interne del partito in provincia di Varese, colpito da improvvisa crisi di crescita e in deficit di personalità capaci di tenere la barra dritta. Soluzione del caso? Nelle mani del segretario provinciale Andrea Pellicini, uomo di sicura saggezza ma oberato dalla gestione di una serie di pasticci del genere. E nella mani dei livelli più alti della componente meloniana, dai capataz regionali, se non, addirittura, nazionali. Sempre che abbiano il tempo e la voglia di occuparsi di beghe locali, all’apparenza pure di bassa lega quanto foriere di spunti di riflessione, come questa di Sumirago.
