BUSTO ARSIZIO – «Non ho mai voluto fare male a mia moglie. Ho cercato di dimostrare in tutti i modi il mio amore». Vincenzo Gerardi ha fatto spontanee dichiarazione in apertura dell’udienza di oggi, lunedì 13 luglio, davanti alla Corte d’Assise presieduta da Giuseppe Fazio (Giulia Troina e i giudici popolari a latere) che lo vede imputato per l’omicidio della moglie Teresa Stabile, assassinata a coltellate lo scorso 16 aprile 2025 nel cortile condominiale di via San Giovanni Bosco a Samarate dove entrambi vivevano ma in alloggi separati.
Capace di intendere e di volere
Gerardi ha parlato di come nessuno «mi ha aiutato quando ho detto di volermi suicidare. Solo i miei famigliari mi sono stati vicini». Parole pronunciate prima che la dottoressa Stefania Zeroli, perito psichiatrico incaricato dalla corte di valutare la capacità di intendere e di volere dell’imputato. Perizia che, per inciso, ha stabilito come Gerardi non abbia alcun vizio di mente e sia perfettamente sano e consapevole.
Non gelosia ma controllo
Gerardi ha proseguito spiegando di aver voluto mettere per iscritto la sua disperazione per la decisione della moglie di mettere fine al matrimonio. Di «smettere di accettarne le regole», per dirla come Zeroli, regole che, stando a quanto emerso in dibattimento comprendevano aggressioni verbali, insulti, gelosia asfissiante – la vittima non poteva nemmeno indossare dei pantaloni bianchi – e un’assoluta volontà di controllo arrivata, da parte del marito, a lasciare i soldi contati a Stabile per le spese di casa.
Il giorno dell’omicidio
Gerardi ha ripercorso l’intera giornata del 16 aprile dell’anno scorso, dalla sveglia alle 6, alla colazione al bar, alle telefonate agli amici, sino alla decisione di appendere una bici in garage che lo ha trovato nel box con un coltello in mano. Quindi la pioggia che lo avrebbe spinto a buttare la spazzatura, con il coltello in mano, proprio mentre la moglie rientrava (secondo le testimonianze Gerardi in realtà controllava i movimenti della donna da quando lei se ne era andata). Gerardi, che poco prima aveva detto di aver, proprio quel giorno, parlato con il suo avvocato per accettare la separazione consensuale, ha dichiarato in aula di aver fermato la moglie per parlarle proprio della separazione. Di averle detto di volersi uccidere e di aver perso il controllo quando Stabile gli avrebbe risposto «preferisco essere vedova» che tornare con il marito.
Il vincolo matrimoniale
Gerardi ha quindi rappresentato l’omicidio della moglie con d’impeto, mentre l’accusa contesta premeditazione e anche stalking all’imputato. «Solo la mattina dopo ho realizzato di aver tolto la vita alla donna che amavo e non ho modo di cambiare la situazione». Per tutto il processo si è parlato della gelosia di Gerardi quasi fosse una motivazione all’assassinio di una donna che voleva solo essere libera. In realtà, come ha riassunto Zeroli, «Non c’è nessuna gelosia patologica, si tratta di controllo. Gerardi non accettava di perderlo, non accettava la rottura del vincolo matrimoniale, sacro e identitaria. Il suo agire arriva da qui perché il vincolo è finché morte non ci separi».
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