FERNO – È iniziato il processo davanti al Gup di Busto Arsizio Anna Giorgetti a carico di un uomo di 37 anni – assistito dall’avvocato Pierpaolo Cassarà – accusato di stalking, violenza sessuale, violenza privata e rapinaai danni di una donna di 50 anni con cui aveva avuto una relazione. Ieri, in aula, ha parlato la presunta vittima, ricostruendo la sua versione dell’accaduto.
Il segnale davanti all’asilo
I fatti si sono conclusi venerdì scorso a Ferno, nel Varesotto, quando la 50enne, ferma davanti a una scuola materna, ha mostrato a una passante il cosiddetto “Signal for Help”: il pollice ripiegato nel palmo della mano e le altre dita chiuse a pugno. La donna ha riconosciuto il segnale internazionale contro la violenza e ha dato l’allarme.
La 50enne si è quindi rifugiata all’interno dell’asilo, mentre l’uomo avrebbe tentato di raggiungerla. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della compagnia di Busto Arsizio, che hanno arrestato il 37enne su disposizione del pubblico ministero Ciro Caramore.
La relazione nata sui social
Secondo la ricostruzione dell’accusa, la relazione tra i due era iniziata a maggio, dopo un incontro su una pagina social dedicata agli appassionati di moto. I due avevano partecipato insieme ad alcune escursioni. L’uomo si era presentato come divorziato, ma la donna avrebbe successivamente scoperto che era sposato e padre di una bambina. Con il passare del tempo, secondo quanto riferito dalla vittima, sarebbero emersi atteggiamenti sempre più gelosi e violenti. In un’occasione, dopo una violenta aggressione, la donna sarebbe stata accompagnata dall’uomo nella sua abitazione, con il volto tumefatto e il naso sanguinante. Qui avrebbe incontrato per la prima volta la moglie del 37enne, che sarebbe stata a conoscenza della relazione e delle violenze.
Le aggressioni e il controllo
Gli episodi di violenza, sempre secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbero proseguiti nei mesi successivi. La donna sarebbe stata picchiata al punto da dover ricorrere alle cure del pronto soccorso. Anche dopo l’uscita dall’ospedale sarebbero seguite nuove aggressioni, legate, secondo quanto riferito, alla convinzione dell’uomo che la donna avesse avuto una relazione con un medico. In un’altra circostanza, sempre secondo l’accusa, la 50enne sarebbe stata costretta a presentare una falsa denuncia per violenza sessuale nei confronti di un suo vecchio amico. Tra l’11 e il 18 novembre, a causa dei lividi ancora evidenti, sarebbe stata inoltre costretta a rimanere in casa con l’uomo, la moglie e la figlia, in attesa che i segni delle percosse diventassero meno visibili.
Il nuovo incontro e le violenze sessuali
Dopo una breve interruzione, il 18 dicembre l’uomo l’avrebbe ricontattata chiedendole un incontro e, secondo il racconto della donna, piangendo e chiedendo perdono. La 50enne avrebbe accettato, ma una volta arrivata nell’abitazione sarebbe stata nuovamente aggredita e costretta a rapporti sessuali non consensuali.
La mattina successiva l’uomo avrebbe fatto salire la donna in auto insieme alla moglie, diretti ad accompagnare la figlia a scuola. È stato allora, davanti all’asilo, che la 50enne ha utilizzato il segnale antiviolenza riconosciuto dalla passante.
Il “Signal for Help”
Il “Signal for Help”, nato nel 2020 su iniziativa della Canadian Women’s Foundation e diffusosi soprattutto durante la pandemia, consiste in un gesto semplice e discreto pensato per comunicare una richiesta di aiuto senza dover parlare. In questo caso il segnale ha permesso alla donna di attirare l’attenzione e far scattare l’intervento dei soccorsi, mettendo fine alla vicenda. Per le segnalazioni e le richieste di aiuto in caso di violenza di genere è attivo 24 ore su 24 il numero gratuito 1522. L’udienza è stata aggiornata al 14 ottobre.
fermo segnale antiviolenza – MALPENSA24
