Fontana e le ruote che girano

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Attilio Fontana scontento della Lega di Matteo Salvini

di Massimo Lodi

Curioso che Attilio Fontana s’intesti l’obiezione alla deriva strategica leghista. Ovvero al privilegio del sovranismo rispetto all’autonomia; della destra-destra rispetto al tertium datur fra destra e sinistra, marchio movimentista delle origini; del subordinarsi a un Vannacci sconfittissimo in Toscana piuttosto che del mantenersi fra le storiche righe disegnate dal Senatùr.

Fontana, nato sotto la stella di Bossi, s’è mantenuto fedele agli epigoni del fondatore. Maroni e Salvini. Finito il decennio da sindaco di Varese, l’ex inquilino di Palazzo Estense aveva ripreso a far l’avvocato e a dedicarsi al golf nel tempo libero. Poi fu Salvini a proporgli d’acchito di candidarsi presidente della Lombardia. Dictum ac factum, come insegnavano al liceo classico Cairoli che Fontana frequentò. Siamo ormai al secondo mandato da governatore, con prospettiva di seggio a Palazzo Madama quando l’esperienza si concluderà. Dunque sembrebbe convenirgli di star schiscio e non imbarazzare il gran capo. Invece no.

Due ipotesi. 1) La modalità critica è pappaciccia con Salvini medesimo, cui vien dato agio di dimostrare alla pretenziosa Meloni che non può chieder di tutto e insistentemente, pur permettendoglielo i numeri elettorali. Deve tener conto di resistenze locali pericolose più per lei che per il suo vicepremier. Se infatti la Lega si spezzasse, una del Nord e una Nazionalista tipo Cdu e Csu tedesche, quale sbrindellato partner le rimarrebbe al fianco? Perciò meglio pensarci su. E tener conto di voci protestatarie nell’area padana, a cominciare appunto dal vocione di Fontana. Che il Capitano fa zero per non amplificare e, anzi, dà la sensazione di lasciar diffondere. Riassumendo: i due lavorano di coppia, cioè ordiscono, per suonargliela a Madame Chigi. Con ogni possibile riguardo, eh, mica che si scocci, se no sarebbero guai.

2) La revanche locale ha una ragione indipendente, persuasa, finalizzata al lancio dell’indispensabile neo-leghismo impastato di passato e futuro, tradizione e avvenire, Monviso e Mon cherì: le origini del Po, l’origine del buonmodo. Dunque idea-Fontana interpretabile come autodeterminazione a indicare i contenuti e la figura della concorrenzialità necessaria a destra per non mollare gli ormeggi e assistere al trionfale sbarco milanese dell’ex underdog. Una competizione intrisa di spirito pratico, vincolo col territorio, virtù di mediazione, toni affatto inclini al rialzo e invece proclivi al soft: no canottiera, sì blazer. Un look giusto immaginato per essere contrapposto al carisma dell’avversaria, così da far presa sui votanti conservator-moderati già in fuga altrove e pronti ad andare in fuga pure dalle parti nostre, dove la Lega è nata.

A quale dei due Fontana credere? Forse a nessuno dei due. Magari qui s’è immaginato l’inimmaginabile e costruito uno sciocchezzaio. Punto. Tuttavia l’insolito ruolo assunto dal titolare del Pirellone, in genere assai sorvegliato nell’esprimere giudizi politici, lascia schiusa la porta alla fantasia, e ciascuno si sente libero di metterci del suo. Peraltro, che una sistemata alle cose interne si debba darla, l’ha appena dichiarato proprio Salvini. E, pur non avendolo dichiarato, che lo pensi da tempo Giorgetti, risulta opinione diffusa tra i militanti. Giorgetti, ecco: il migliore assieme a Giorgia, dichiara Fontana al Corriere della Sera. La carovana segue, compreso il segretario del Carroccio. Le ruote girano. E a volte scricchiolano. Lasciandoti di sasso.

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