di Massimo Lodi
Non succede, ma se succede? Se succede che il Gran Generale, dopo aver depositato nome più simbolo d’un movimento idealistico (Futuro Nazionale-Vannacci, tinta blu, fiammeggio tricolore, scritte biancogialle) e averne reso operativo il profilo social, s’avvia a fondare un partito di destra estrema? Succede che la destra non estrema deve attrezzarsi a subire l’urto di questa sorta d’Afd in versione italiana, il cui leader è stato contestato mercoledì sera, 28 gennaio, a Mendrisio, dov’era ospite dei vetero-sovranisti svizzeri dell’Udc. Dunque riflettere sulla linea politica, immaginarne il ritocco, guardarsi dai fastidi dell’antagonismo. Cosa faranno Salvini, Meloni, Tajani?
1) Salvini. Salvini nominato first, per primo, essendo il più diretto interessato. Scindendosi Vannacci da lui o viceversa, la Lega perderà consensi radicali, certo non recuperabili tirando a sorpassare chi l’ha sorpassata. Sarebbe il disastro. Meglio puntare a una revisione liberal-moderata, fin che risulta possibile. Dunque: invece di strizzare l’occhio agl’ipernazionalisti tipo l’inquietante ultrà britannico Tommy Robinson, stringere la mano ai realisti. La loro bandiera è oggi rappresentata dall’ex doge Zaia. Ergo: chiunque dotato di spirito pragmatico lo nominerebbe di corsa vicesegretario, affiancandogli in aggiunta il friulano Fedriga, al posto del fuoruscente/fuoruscito parà. Fuoruscito? Se lo augurano i governatori padani: la Lega lo espella anticipandone l’autoespulsione.
2) Tajani. Mai stato così felice. Una mimetica che abbandona il centrodestra mimetizza le difficoltà della coalizione a cementarsi e avvalora il ruolo della sua parte mediana. Cioè di Forza Italia. È come riconoscerne un valore aggiunto. Non dovrà più essere il successore di Berlusconi a saltellare sul palco melonizzandosi-salvinizzandosi con risibile esito, ma dovranno essere gl’incensatori di Vannacci a scegliere modalità di danza politica meno populiste. Per il segretario azzurro è anche una rivincita verso il sopravvissuto inner circle del Cavaliere, figli compresi, dal quale piovono critiche di scarsa verve e si lanciano richieste di volti nuovi. L’usato sicuro guadagna dallo strappo militaresco un grado, più gradi di rivalutazione.
3) Meloni. È persuasa che mali estremi (più estremi di così) impongano estremi rimedi. Già aveva in animo di modificare la legge elettorale, tanto più l’intenzione si consolida nella nuova attualità. Procederà col piano di ritorno al proporzionale affiancato da premio di maggioranza a chi superi una rilevante quota, ancora da quantificare assieme ai meccanismi di dettaglio del provvedimento. L’operazione s’ispira al concetto del “marciare divisi, colpire uniti”, ove divisi significa che ciascuno farà la sua prediletta campagna, senza badar troppo ai partner. A urne chiuse, in caso di vittoria: spartizione del bottino secondo i raccolti di ciascun partito e giro di carte istituzionali. Infine: soglia di sbarramento, magari al 3 per cento. Giusto quella cui i sondaggi dicono che l’eventuale Futuro Nazionale-Vannacci non riuscirà ad approdare. Giorgia va sul concreto. Precisamente: va à la guerre comme à la guerre. A stelletta, stelletta e mezzo.
