Gallarate, Pronto Soccorso distrutto: «A processo i famigliari del suicida»

inchiesta tangenti primo mese

GALLARATE – Dopo il suicidio del loro caro sfasciarono il Pronto Soccorso dell’ospedale di Gallarate: indagini chiuse, chiesto il rinvio a giudizio. Il pubblico ministero Massimo De Filippo, che ha coordinato le indagini, ha contestato alla madre, alla sorella, al fratello e al cognato di Catello Di Martino, il trentenne gallaratese già seguito da Sert e Cps, che il 22 gennaio scorso si suicidò gettandosi dal quinto piano del Sant’Antonio Abate, una lunga serie di reati che spaziano dalla resistenza a pubblico ufficiale, all’interruzione di pubblico servizio, per arrivare al danneggiamento e alle lesioni personali. A ottobre i quattro indagati compariranno davanti al gup per l’udienza preliminare.

Il pronto soccorso restò chiuso per ore

Il fatto è noto.  Il trentenne, che stando ai primi accertamenti non presentava ferite evidenti o una situazione di gravità dovuta a particolari malori, fu messo in attesa dal personale del Pronto Soccorso. L’uomo, che ha continuato a dare in escandescenza, dopo ore d’attesa raggiunse il quinto piano della struttura di cura buttandosi nel vuoto. Un gesto volontario: il trentenne morì sul colpo. I famigliari, a cominciare dalla madre che è stata la prima ad arrivare all’ospedale, reagirono con violenza. Minacce, insulti e grida contro medici e infermieri. Danneggiamento di alcuni Pc dell’area Triage, alcune vetrate sfondate. Sul posto intervennero le forze di polizia per mettere in sicurezza pazienti e medici e placare la furia dei famigliari del trentenne. Il 118 dirottò le emergenze in altre strutture: il pronto soccorso rimase chiuso per ore. Di qui la denuncia corposa a carico dei quattro famigliari del trentenne. Che a loro volta, però, hanno presentato un esposto sfociato, quale atto dovuto, nell’apertura di un fascicolo a carico di ignoti per omicidio colposo. 

Esposto per colpa medica a carico dell’ospedale

«Catello si era già rivolto al Pronto Soccorso anche nei due giorni precedenti la tragedia – spiega Corrado Viazzo, legale della famiglia Di Martino – Quella mattina fu la madre, prima delle 7, a chiamare l’ambulanza perché il figlio stava male. E’ stato lasciato in attesa sino alle 14 quando ha raggiunto il quinto piano dell’ospedale gettandosi nel vuoto. Abbiamo raccolto una lunga serie di studi medici che attestano come, pazienti affetti da schizofrenia in quelle condizioni, possono tentare di togliersi la vita gettandosi da grandi altezze. Il nostro perito ha avuto mandato di stabilire se, sottoposto alle immediate cure del caso, un paziente con una patologia precisa acclarata come in questo caso, possa essere calmato in modo da non tentare atti di autolesionismo». La sintesi è: «Se fosse stato immediatamente sottoposto a trattamento farmacologico Catello sarebbe vivo», dice Viazzo che aggiunge: «Tuttavia la procura così rapida nel chiudere le indagini a carico dei miei assisti e nel chiedere il rinvio a giudizio per gli stessi non lo è stata altrettanto per quanto riguarda la nostra parte dell’inchiesta. Il fascicolo per omicidio colposo ci risulta attualmente fermo. Noi, in ogni caso, andiamo avanti: a fine agosto depositeremo la nostra perizia e non demorderemo dal nostro obbiettivo. Ovvero accertare che non vi siano state responsabilità di terzi nella morte di Catello».

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