Gianni Bugno, tra sfide per le nuove cariche federali e ciclismo in crisi

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Gianni Bugno indossò la maglia iridata nel '91 e nel '92

di Claudio Ghisalberti

MONZA – “Per il ciclismo”. Era questo il tema dell’incontro organizzato questa mattina, 31 ottobre, a Monza dall’avvocato Fiorenzo Alessi con Gianni Bugno come testimone. Il legale ha riportato alla luce “una vicenda nota e datata”, come lui stesso l’ha definita. Il caso è del 31 agosto 2022 e coinvolge i vertici federali che avrebbero prima negato poi proposto una provvigione all’ex campione del mondo per una sponsorizzazione. Soldi che Bugno, dal presidente della Fci Cordiano Dagnoni nei suoi uffici privati di via Rubattino a Milano, ha rifiutato. Ma la condotta di Dagnoni e collaboratori avrebbe violato, sempre secondo Alessi, il principio di “lealtà, correttezza e rettitudine morale” (articolo 1, Regolamento di Giustizia federale). Da qui gli esposti, uno anche da parte della Lega di ciclismo professionistico, a Procura federale Fci e Procura generale Coni in cui si chiedeva che Bugno venisse ascoltato. I ricorsi, invece, sono stati tutti archiviati senza che l’ex corridore venisse ascoltato e, sempre secondo Alessi, venisse fatta un’attività investigativa a riguardo. “Ci ho messo la faccia e sono quasi passato dalla parte del torto in un periodo particolare della mia vita – afferma Bugno -. Ora sono stato spronato dall’avvocato a fare questo. Il fatto che, nonostante le ripetute richieste non sia stato ascoltato dimostra che qualcosa non va. Le regole devono essere cambiate”.

Resta da capire perché è stata organizzata questa conferenza stampa. Solo per dire che Bugno è amareggiato per non essere stato ascoltato? Difficile da credere e le sue dichiarazioni sono abbastanza eloquenti. Si può sostenere che Procura Fci e Procura generale del Coni abbiano agito in malafede e contro le regole? No, non ci sono assolutamente prove in questo senso. Alessi afferma allusivo: “Il Procuratore della Fci è indicato ma non nominato dal presidente federale”. Quindi?

Il fatto centrale viene da pensare siano le elezioni, in programma il 19 gennaio, delle nuove cariche federali. La poltrona di presidente Fci, nonostante il gramo momento che attraversa questo sport, fa gola a molti tanto che ci sono ben cinque candidature: Cordiano Dagnoni, presidente uscente; Daniela Isetti, consigliere Uci; Lino Secchi, presidente comitato Marche; Roberto Sgalla, ex presidente della commissione sicurezza della Fci  e responsabile dell’Ufficio Relazioni Esterne della Polizia di Stato ai tempi del tragico G8 di Genova; Silvio Martinello, campione olimpico ad Atlanta 1996. In più, l’ex presidente federale Renato di Rocco e il suo fidatissimo e onnipresente Davide Cassani, si stanno scaldando per saltare sul carro del vincitore (per certo non saranno accolti su quello di Dagnoni in caso di riconferma). L’ex c.t., tra l’altro, che vanta ottimi rapporti con Alessi, è già andato a bussare alla porta di Martinello per ottenere un incarico.

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Claudio Ghisalberti

L’incontro di questa mattina però, è stato anche un’ottima occasione per chiedere un parere a Bugno sullo stato attuale del ciclismo. Cominciamo da quello italiano
“Stiamo soffrendo su strada e la cosa si nota ancora di più perché ci scontriamo contro dei fenomeni come Pogacar e compagnia. Con pista e donne siamo competitivi”.

Il fenomeno può nascere ovunque, Pogacar in Slovenia o prima Sagan in Slovacchia, ma in Italia manca il gruppo, il movimento. A livello professionistico siamo nelle retrovie
“Bisogna curare di più le categorie minori, i giovani. Mancano gare per i più giovani, quello sicuro. Anche le società sono in difficoltà”.

Cosa si può fare?
“Bisogna portare il ciclismo nelle scuole, fare in modo che i ragazzini si avvicinino al ciclismo. Bisogna garantire sicurezza sulle strade che oggi sono quasi impossibili da percorrere”.

Il fuoristrada può essere d’aiuto?
“Certamente si. Andrebbe certamente incentivato”.

Fino a non molti anni fa l’Italia faceva scuola non solo tra i pro’, ma anche tra i giovani: ora uno juniores italiano di talento, Finn, vince il mondiale correndo per una squadra tedesca. E non è l’unico a essere emigrato
“Questo è il problema. Se ci sono giovani talentuosi vanno in team stranieri di World Tour. Il punto è che poi magari non vengono neanche gestiti bene e magari smettono. Poi, a meno che non si tratti di un fenomeno, i giovanissimi in una squadra straniera finiscono sola a fare i gregari e senza neanche un calendario chiarissimo. Però così facendo perdi l’abitudine a lottare per la vittoria, perdi la mentalità vincente. Anche questa ricerca del talento precoce è eccessiva. Ora gli juniores sono equiparabili ai dilettanti di quando correvo io”.

C’è chi sostiene che il ciclismo dovrebbe avvicinare di più la politica, trovare qualcuno a livello istituzionale che si faccia carico del rilancio anche con investimenti importanti.
“No, non credo sia così importante. Come prima cosa andrebbero cambiate dall’Uci la regole. Diciotto squadre nel World Tour non vanno bene, è una cosa impossibile da sostenere. Massimo ci devono essere dieci team, in modo da lasciare spazio per invitare dodici squadre Professional. In questo modo anche le realtà minori avrebbero visibilità e gli sponsor sarebbero forse incentivati. Che poi, torniamo al World Tour: se anche investi 30 milioni all’anno, che è una cifra pazzesca, che visibilità hai oggi? Nessuna. Prendi il Lombardia, Pogacar va in fuga solitaria quando manca un’ora e mezzo al traguardo. La regia televisiva inquadra solo lui. E gli altri, quelli che non vedi mai il loro marchio, perché dovrebbero investire?”.

Che cosa pensi del nuovo regolamento il quale prevede che per ottenere una wild card dovrai essere tra le prime 40 squadre nel 2025 e tra le prime 30 nel 2026?
“Giusto, corretto. Non puoi fare squadre che non stanno insieme e poi sperare di essere invitato a una grande corsa. Però per le squadre italiane anche questo sarà un grosso ostacolo da superare”.

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