di Fabrizio Iseni*

L’istituto superiore di Sanità definisce la ludopatia come un disturbo mentale. E inquadra questo male dei nostri tempi nel “gioco d’azzardo persistente o ricorrente che porta a disagio o compromissione clinicamente significativi”. Una dipendenza comportamentale – dice l’ISS – determinata dalla necessità impellente di giocare, dunque incontrollabile, “che arriva a dominare la vita del giocatore e porta al deterioramento dei valori e degli obblighi sociali, lavorativi e familiari”. Il giocatore può mettere a repentaglio la propria occupazione, indebitarsi, mentire, infrangere la legge per ottenere denaro o evitare il pagamento dei debiti. Tutte conseguenze sociali che evidenziano il deterioramento progressivo della persona.
Ma la ludopatia non è il solo gioco d’azzardo, che colpisce anche adolescenti e studenti in giovane età, oltre agli adulti. È altresì la dipendenza dal gioco senza un risvolto economico, veicolato via internet e via social, sui moderni smartphone e tablet, caratterizzato dai suoi aspetti di competitività e di gratificazione assegnata dal successo, che impatta violentemente e drammaticamente su una massa sempre crescente di giovani e di ragazzi (ne soffre fino all’8% di questa fascia di popolazione, quasi un adolescente su 10), con danni (seppur non economici) enormi in quanto li distoglie dalle indispensabili relazioni sociali che dovrebbero caratterizzare la loro età, ma anche dagli impegni scolastici e di formazione giovanile sulla base della quale diventeranno poi donne e uomini adulti.
La ludopatia sui giovani produce spesso un pericoloso distacco dalla realtà. Quantificare l’estensione del fenomeno del gioco “non d’azzardo” sui giovani è molto difficile. Per quanto riguarda quello d’azzardo gli ultimi dati riportano in Italia la presenza di circa 1,5 milioni di ludopatici, e tra questi la percentuale di chi decide di affidarsi alle cure di uno specialista è molto bassa.
Ma cosa fa scattare questa patologia? Diciamo innanzitutto che il sistema socioeconomico e culturale in cui siamo inseriti in questi tempi moderni ne è fortemente complice. Dietro al gioco, infatti, girano interessi di miliardi di euro. C’è poi la fragilità personale, la necessità di affermarsi in un mondo sempre più impermeabile ai valori umani. E il gioco, in questo senso, è una notevole opportunità per diventare campioni, per vincere, per avere successo. Purtroppo, un successo effimero e assai virtuale.
Secondo gli studi clinici, il sistema nervoso centrale di una persona ludopatica durante il gioco rilascia una gran quantità di dopamina, innescando il processo di gratificazione, che incrementa con il successo e la vittoria: ecco perché diventa dipendenza, una vera e propria droga.
La dipendenza scatta cioè quando il gioco entra nell’area del cervello deputata alla gratificazione, interagendo con le proprietà dopaminergiche. Ricordiamo, infatti, che la dopamina è il neurotrasmettitore che attiva il meccanismo del piacere e della gratificazione. Dall’esordio episodico e del tutto ricreativo alla dipendenza purtroppo, il passo è purtroppo breve, come è facile intuire.
Un meccanismo che talvolta inizia e agisce poi anche da ansiolitico, in quanto contrasta vissuti interiori negativi e la depressione. Un pericoloso sedativo dei nostri tempi.
Uscire dal tunnel ovviamente si può con una adeguata psicoterapia che dà risultati eccellenti. Ma un elemento fondamentale è la prevenzione e ciò chiama in causa le famiglie e il ruolo dei genitori: riconoscere tempestivamente nei propri ragazzi la dipendenza dal gioco è uno dei fattori determinanti.
*editore di Malpensa24
Dati Ats Insubria: in 30 mila col vizio del gioco d’azzardo. Solo 400 in cura
