Dati Ats Insubria: in 30 mila col vizio del gioco d’azzardo. Solo 400 in cura

VARESE – Per comprendere la dimensione del problema (da un lato), e quanto è invece bassa la percezione della gravità della patologia legata al gioco d’azzardo (dall’altro), è sufficiente parametrare due dati.

La punta dell’iceberg

Il primo: il 3% (stima nazionale) della popolazione della Provincia di Varese ha un rapporto non sano con il gioco d’azzardo. Sia questo slot (volgarmente dette macchinette), lotterie istantanee, gratta e vinci o scommesse in genere. Ciò significa che su una popolazione di quasi un milione di abitanti, 30 mila hanno un problema con l’azzardo (3 su 100), che potrebbe svilupparsi in un a dipendenza anche molto grave e quindi una patologia. Il secondo dato, che in apparenza non collima con il bacino della problematica, è quello degli utenti in carico dalla rete sanitaria: nel 2023 sono stati 400.

L’identikit del giocatore d’azzardo

Secondo il genere, l’85% di chi gioca è maschio. Il 36% non è sposato, mentre il 31% e coniugato. Se poi si prende il parametro della scolarizzazione emerge che il 39% ha un diploma di scuola media inferiore, il 22% ha un diploma di scuola media superiore e il 7% è laureato. Inoltre il 50% ha un’occupazione.

Un problema “sommerso”

Eppure, il termometro della situazione che ci fornisce la dottoressa Lisa Impagliazzo, referente dell’Unità operativa di Promozione della salute e Prevenzione fattori di rischio di Ats Insubria, parla di un numero in costante crescita. E la forbice così ampia «è dovuta al fatto che anche nella nostra provincia i 400 utenti presi in carico sono la punta di un iceberg. Il sommerso, ovvero tutti coloro che hanno sviluppato una dipendenza dal gioco d’azzardo, è ancora molto vasto in termini numerici. E Ats sta proprio lavorando su questo: sull’emersione».

Lavoro di squadra

Occorre poi sottolineare come Ats sia in prima linea sulle problematiche legate alla dipendenza dal gioco d’azzardo. In sinergia con l’Uos di riferimento della dottoressa Impagliazzo lavorano infatti anche le Uos Gestione Monitoraggio Progettualità, Famiglia e Fragilità di Chiara Federigi e l’Integrazione Servizi, Programmazione Territoriale e Coordinamento Cabina di Regia diretta da Enrico Frattini. Inoltre è di qualche mese fa un convegno promosso da Ats sul tema durante il quale è intervenuto il dg di Ats Salvatore Gioia (nella foto a fianco): «Siamo impegnati a prevenire il gioco d’azzardo patologico in collaborazione con le Asst, i Comuni, il terso settore, le scuole, le aziende e tutti gli stakeholder. Pertanto promuoviamo programmi di comprovata efficacia che hanno permesso di raggiungere, solo nel 2023, 14.000 studenti e 36.000 lavoratori».

Troppo tardi

Ed è sempre la dottoressa Impagliazzo a dare una spiegazione del perché il giocatore d’azzardo «arriva sempre troppo tardi a chiedere aiuto». Il primo motivo è dovuto al fatto che il gioco (slot, gratta e vinci, lotterie, scommesse) nell’immaginario sociale, ma anche individuale, non è percepito come una dipendenza. «Il fatto che il giocare sia un vizio – spiega la dottoressa – il giocatore lo comprende quando ormai è tardi». Il che significa quando le relazioni lavorative, familiari e sociali sono ormai compromesse (a volte già sfasciate) al pari della situazione economica del giocatore.

Non basta informare

E così Impagliazzo precisa: «Oggi lavorare sull’informazione non basta più». Da almeno cinque anni, infatti, l’approccio per mettere in campo soluzioni è cambiato. Occorre pianificare un sistema di interventi che coinvolga differenti istituzioni. E l’ordinanza firmata dal sindaco di Varese sulla limitazione oraria del gioco d’azzardo, rientra in quelle che vengono definite misure ambientali. A queste viene “affiancato” il Piano di contrasto al gioco d’azzardo di Ats (su mandato regionale) che a caduta sul territorio si traduce anche in una serie di programmi di prevenzione a partire dalle scuole «per sviluppare le cosìddette life skill e insegnare ai ragazzi a gestire le emozioni», fino all’interno delle aziende.

L’online non scalzerà il “tavolo verde”

Altro tema è la facilità d’accesso al gioco d’azzardo: con l’avvento dell’online, in sostanza, tutto è a portata di mano di una larghissima fascia di persone. L’azzardo entra in casa, ma con gli smartphone, lo si porta appresso ovunque. Non solo, l’avvento del gioco digitale non ha però scalzato quello tradizionale. Lo dicono i volumi d’affari, che sono aumentati. «L’attività online – precisa Impagliazzo – non ha sostituito quella reale. Il giocatore punta sia attraverso le piattaforme o i siti in rete, sia recandosi nei luoghi fisici in cui si gioca».

L’eta della prima scommessa

Il gioco d’azzardo è per legge vietato ai minorenni. Eppure il primo contatto con una scommessa o con un’attività che richiede una puntata in denaro avviene a un’età piuttosto precoce. I dati in tal senso sono estrapolati da una ricerca Hbsc sugli adolescenti e sul loro stato di salute più in generale. E quanto emerge sul gioco d’azzardo deve essere motivo di riflessione: «Il 47% degli adolescenti maschi coinvolti nell’indagine ha detto di aver scommesso denaro almeno una volta. Per le femmine il dato scende al 21%. La precocità è un elemento che porta a instaurare una dipendenza».

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