di Massimo Lodi
E insomma: l’autonomia differenziata bocciata dalla Consulta, il referendum sulla giustizia messo a cuccia dagl’italiani, ora la riforma della legge elettorale che su un emendamento-clou concordato dal trio FdI-Lega-FI va a picco in Parlamento. Non è una Giorgia nella pienezza dei poteri, come pensava d’essere. Segnali diffusi gliel’avevano annunciato. Segnali dei partner, mica delle opposizioni, prese dal loro caotico brigare (vedasi Conte che s’inventa Putin non pericoloso per l’Europa. Ma va là). Segnali da Lega, segnali da Forza Italia. Segnali da Salvini, segnali da MariBerlu. Addirittura da Pier Silvio di recente. Bastavano a frenare.
Nada de nada. Giorgia non frena e incassa la figuraccia. Lo Stabilicum, diventato Melonellum, si evolve in Fregatellum. Colpa delle opposizioni renitenti alle preferenze, incalza la premier dopo il ko. Ma che c’entra? Colpa d’un destra-centro diviso, dei franchi tiratori, di Forza Italia e Lega affatto unite nel sostenere il vote-change che le penalizzerà. Le sbandierate preferenze erano un trucchetto: capolista bloccato, listino bloccato dove scegliere solo tre nomi, gli altri prendere o lasciare. Democrazia bloccata, eh sì, nella sostanza. E poi: l’abolizione dei collegi uninominali sfagiola zero ai sodali di Giorgia, specialmente a Matteone, che ne aveva fatto l’àncora di salvezza, tra onde di consenso sempre più avverse. Lei li vuol cancellare, sfifazzando : teme la débacle dalla Toscana in già, dati delle amministrative alla mano. Ma il rimedio, gli dicono da mesi i soci, rischia d’esser peggio del male.
Dunque il siluro parte e colpisce. Significa irritazione, corruccio, rabbia nella maggioranza. Penoso il rimbalzo tentato verso i vannacciani: son stati loro, uno dei primi urli d’indignazione saliti dalla sacra aula di Montecitorio. Ma no, che non son stati loro. Loro, questo sì, se la ridono, d’un simile sfaldamento. Possono cantare: siamo noi, siamo noi, la vera destra dell’Italia siamo noi. E giù un ritmato clap clap, come da mantra delle curve ultrà. Bell’assist che la destra di governo ha servito alla destra di sgoverno.
And now? E adess? E mo’? Si ricuce il ricucibile. L’iter riformistico, messa qualche pezza al sedere, andrà avanti. Non può che andare avanti. Pur se a Giorgia vien l’uzzolo di rovesciare il tavolo: tutti a casa, subito alle urne, e faccio campagna io per io, altro che io per voi. Sussiste tuttavia l’incognita Mattarella: Big Sergio, dimessosi quest’esecutivo, potrebbe nominarme uno tecnico di transizione fino al nuovo verdetto popolare. Ovvero: catasü. Eppure, ragiona l’overdog, il giro di dadi del tentato anticipo scioccherebbe la sinistra da bizantinismo decisionale: oggi la pensa così, domani cosà; una parte è moderata, una parte radicale; e il candidato a Palazzo Chigi, boh. Se non io che l’ho frequentato, chi? proclama Conte. Se non io che comando il Pd più forte dell’M5S, chi? replica Schlein. Se non un eventuale tertium datur venuto fuori dalle primarie, chi? incalzano Renzi e comprimari d’estrazione centrista/ribaltonista. Il caos, insomma. Ma è un caos di serie B rispetto a quello di serie A dei rivali. Infatuati dal brillìo dell’assolutismo-soft vorrebbero tutto: disporre a piacimento delle Camere tramite favorevole legge elettorale e superpremio di maggioranza, scegliersi senza che alcuno possa interferire la Corte Costituzionale, insediare nel ’29 il presidente della Repubblica, magari -hai visto mai?- perfino selezionare l’astronauta first che sbarcherà su Marte. Del resto, si credono o non si credono dei marziani a Roma? Si credono, si credono. Sono in piena narrazione da fantascienza.
