Gli stipendi dei ministri e la politica che non ce la fa

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Preoccupano i dati sulla povertà nel nostro Paese

Con il nuovo anno le pensioni minime saliranno da 614,77 a 616,67 euro. Un ritocco al rialzo che sembra uno scherzo. Nel frattempo il governo studia come “adeguare” lo stipendio dei ministri e dei sottosegretari che fanno parte dell’esecutivo senza essere eletti e, quindi, percepiscono emolumenti inferiori di deputati e senatori. Stiamo parlando di cifre che superano ampiamente i 10mila euro mensili, al netto di indennità e rimborsi. Mica pizzi e fichi, benché si tratti di retribuzioni note da tempo, che nemmeno fanno più scandalo, se non fosse che il Paese vive momenti economicamente difficili, soprattutto per le classi sociali meno fortunate.

Sottolineare simili scenari si rischia l’accusa di qualunquismo o di partecipare alle lagne dell’opposizione di sinistra, svelta nell’esprimere dissenso in tutte le occasioni possibili. Però, c’è più di un però che suscita perplessità. Non sono soltanto le file di postulanti nei centri della Caritas ad accendere i riflettori su una povertà diffusa, sui pensionati e su milioni di famiglie che non arrivano alla terza settimana del mese. C’è in giro una pessima sensazione per una politica che, a parole, sembra preoccuparsi dei contesti più problematici, ma poi, nel concreto, fa poco o nulla, per svogliatezza, incapacità, mancanza di strumenti operativi veri. Traduzione: chiacchiera, traccheggia, illude, non finalizza.

Qualche giorno fa, Giancarlo Giorgetti, esponente tra i più autorevoli del governo Meloni, ha detto chiaro e tondo che su certe partite, quelle industriali, la politica è debole. Si riferiva alle crisi aziendali in atto in provincia di Varese, ma il concetto può essere esteso a mille altre questioni. Per dirla in un altro modo, la politica può fare poco per evitare la perdita di migliaia di posti di lavoro e, di conseguenza, favorire le diseguaglianze sociali.

Probabilmente il prospettato aumento degli stipendi dei ministri è un atto di giustizia retributiva all’interno dell’esecutivo, non discutiamo. Ma forse sono sbagliati i tempi. E forse anche i modi. In un momento in cui si annunciano sanzioni esorbitanti con il nuovo codice della strada anche per le infrazioni più banali (obiettivo più sicurezza o fare cassa colpendo i cittadini?); da Roma, Ernesto Maria Ruffini, direttore dell’Agenzia delle Entrate, sbatte la porta sostenendo che “è cambiato il clima, la lotta all’evasione fiscale sembra una colpa”. Da un lato si usa il pugno di ferro, dall’altro si dichiara indulgenza verso chi non paga le tasse. Contraddizioni palesi, come l’annullamento delle multe per i no vax: e chi le ha già pagate, chi si è adeguato alle norme? Tutti fessi?

Intanto, tra poco più di una settimana è Natale. I centri storici delle città sono scintillanti, sotto al luccichio degli addobbi fanno capolino le tante difficoltà. E con esse scenari tutt’altro che esaltanti per il futuro. Giorgia Meloni arriverà in fondo al mandato, milioni di famiglie non riusciranno a passare economicamente indenni il mese di dicembre. Non sarà di certo l’amicizia della premier con il multimiliardario Elon Musk a salvarle.

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