Guai di Macron, ruolo dell’Italienne

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Emmanuel Macron e Giorgia Meloni: quali implicazioni per l'Italia dalla crisi politica in Francia?

di Massimo Lodi

I francesi sono degl’italiani più superbi, si argomenta. Una diceria confermata. Sostiene Brigitte, la moglie di Macron: il suo Paese non lo merita. Non lo dichiarerebbe s’egli avesse agito con astuzia politica invece che no. Per esempio: non fu un’ideona sciogliere il governo e nominarne un altro dopo il voto delle europee di giugno, fidandosi d’impegni improbabili come quelli assicurati del tandem rossobruno Le Pen-Mèlenchon. Due disinteressati al meglio, e invece al tanto peggio tanto meglio. La casa brucia? Dateci benzina per farla bruciare di più. Al bidone, al bidone!

L’idea della strana coppia: costringere il presidente a dimettersi, non solo a far dimettere il capo del governo. Così da potersi sfidare essa stessa per l’Eliseo, con Le Pen in mise di moderato estremismo (ma chi crede all’ossimoro?) per conquistare voti centristi. E Mélenchon a ramazzare tutto l’intorno. Una deriva, tale la considera, che Macron cerca di fermare: rimane al suo posto, nomina un nuovo premier mediatore, cerca di sfilare i socialisti dai post comunisti, tenta la carta d’un esecutivo in qualche modo istituzionale, d’emergenza, tecnico. Roba disprezzata dai transalpini, giudicandola à l’talienne e tuttavia/forse l’unica in concreto da fare o perlomeno da tentare.

Sepolto dalle critiche e al netto dell’over-orgoglio da grandeur, al presidente va riconosciuto il merito della coerenza nelle sue certezze. Copiò l’idea del riformismo progressista da Renzi, rendendogli visita a Firenze nel 2014 e importandola Oltralpe: bisognava deradicalizzare e, senza costruire un partito di centro, portare le idee di centro in un nuovo partito. Nacque così En Marche! che ha mirato a tenere i post-fascisti lontani dalla sala comandi della République, allestendo una cintura di sicurezza. Se Le Pen non s’è presa finora la Francia, lo si deve a Macron. Giusto un promemoria. Ne sarebbero venuti guai a cascata nell’Europa intera.

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Massimo Lodi

Era allora un’Europa diversa. Tirava a sinistra, oggi tira a destra. Come l’America. Ma c’è destra e destra. C’è populismo e empatia col popolo. C’è collocazione internazionale e sua ragionevole declinazione. C’è, c’è, c’è. C’è, per quanto ci riguarda, un ruolo da svolgere nel prosieguo di questa crisi. Mica solo francese. Anche tedesca. Anche dell’Ue nel suo insieme, appena affidatasi a una traballante Commissione. C’è una veste che sembra cucita à la perfection addosso alla Meloni, cui i fatti assegnano l’opzione d’essere intermediaria fra quanti o non si parlano o si parlano senz’ascoltarsi. Tra Francia e Germania, tra Europa e Stati Uniti, tra Occidente e Russia. L’abilità machiavellica della dama di Chigi nel non votare Von der Leyen e però facendosi votare come suo vice Fitto ne propone l’immagine di scaltra negoziatrice, ciò di cui si ha bisogno al netto delle ideologizzazioni. L’Italia non ha rivendicato questa parte in commedia: gliela assegnano la pessima recitazione altrui e l’occasione da cogliere. Senza rendere un favore a chicchessia, ma a noi medesimi. Che poi saremmo noi italiani più il resto del Continente, essendo ormai agganciati i destini d’una nazione a quelli di un’altra nel cuscinetto tra America, Russia, Medio Oriente, Cina. Alla globalizzazione priva di frontiere si risponde con un’inedita frontiera: la sorte ci confina a sorvegliarne il perimetro.

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