“Guerra al presente infame”: per il Gip è critica, non violenza

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Youssef Siher

“Dichiariamo guerra a questo presente infame”, ma per il giudice si tratta solo di “critica con toni aspri” e non di istigazione alla violenza. Crolla l’impianto accusatorio nei confronti di Youssef Siher, il trentenne attivista pro-Pal e ricercatore arrestato dalla Procura di Milano con le pesantissime accuse di istigazione a delinquere e violenza organizzata con l’aggravante della finalità di terrorismo. L’ordinanza di 37 pagine firmata dalla gip Tiziana Landoni non solo rigetta la richiesta di custodia cautelare in carcere, ma boccia integralmente sia il pericolo di fuga che la presenza di gravi indizi di colpevolezza, disponendo la scarcerazione immediata del trentenne dal carcere di San Vittore.

Le frasi sui social e la valutazione del Gip

Al centro del provvedimento ci sono i post pubblicati da Siher sui canali Instagram e Telegram del “Movimento 17 ottobre”, nati all’indomani dei primi disordini milanesi. Di fronte alle esternazioni più dure dell’indagato, tra cui lo slogan “lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove, Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame”, la giudice precisa che si tratti di affermazioni di “critica rivolta allo Stato, all’attuale Governo e ai media, per quanto connotate da toni aspri ed espressioni volgari”. Secondo il tribunale, la “dichiarazione di guerra” è rivolta in modo generico a un “presente infame” e non alle istituzioni e, non essendo accompagnata da riferimenti concreti ad azioni violente, rientra nell’esercizio della libera manifestazione del pensiero.

Il vaticinio del “Be Water” e il manuale di difesa

Il giudice ha vivisezionato anche le indicazioni tattiche diffuse dalla pagina, a partire dal vademecum “Rivoluzione, istruzioni per l’uso” (ispirato ai moti egiziani del 2011) e dagli appelli alla mobilitazione “fluida” (“ricordate be water”) lanciati per eludere i cordoni delle forze dell’ordine e il nuovo decreto sicurezza. La gip sostiene che nei testi effettivamente pubblicati sul canale Telegram si trovino solo consigli di autoprotezione passiva, come l’uso di mascherine FFP2, Maalox per i lacrimogeni e kit di primo soccorso e non l’invito all’uso di armi od oggetti atti ad offendere. Al contrario, esaminando la “tattica collettiva”, il giudice nota come l’autore raccomandasse ai manifestanti di “farsi indietro di qualche passo” se le forze dell’ordine avessero caricato, invitando alla “massima responsabilità individuale e collettiva” e a soccorrere i compagni anziché cercare lo scontro.

La caduta dell’aggravante del terrorismo

Nell’ordinanza viene fatta una netta distinzione tra le direttive dell’amministratore e i messaggi inviati dai singoli utenti iscritti al gruppo Telegram (circa 11.000 persone), alcuni dei quali invocavano di “spaccare gli istituti di credito” o “dare al rogo banche, comuni e INPS”. La gip evidenzia che Siher non ha mai caldeggiato né approvato tali esternazioni e non ha mai preso a modello le devastazioni cittadine dei giorni precedenti. Cade radicalmente anche la contestazione di terrorismo (art. 270-bis.1 c.p.) ed eversione: per la magistratura milanese difettano del tutto i presupposti di un’offesa “macroscopica” idonea a intimidire la popolazione o sovvertire l’ordine democratico.

Nessun pericolo di fuga

Bocciato infine il presupposto del fermo legato al presunto pericolo di fuga. Per il giudice, la presenza di Siher a Milano nell’abitazione dell’amica della moglie la sera del 23 ottobre non era un tentativo di sottrarsi ai controlli, ma un normale spostamento logistico legato alla preparazione del presidio cittadino del sabato. Essendo il trentenne nato in Italia, regolarmente residente, radicato con la propria famiglia (moglie e figlia) e inserito in contesti lavorativi e di ricerca (tra cui ISPI, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano), non vi era alcun elemento concreto per ipotizzare che potesse darsi alla macchia.

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