di Massimo Lodi
Due convegni, Milano e Orvieto, con uno scopo: ridar voce al centrismo. Dentro o fuori il Pd? Dentro il Pd: opinione condivisa. La esprime anche l’ospite più atteso della giornata, l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, che sceglie Milano come palcoscenico, lasciando quello di Orvieto a Paolo Gentiloni. Dice Ruffini: non c’è spazio per un nuovo partito dei cattolici. D’accordo Gentiloni: scordiamoci la ricostituzione della post-Dc. E allora che fare?
Si prova a contare di più nelle file dei Dem. Prodi invoca la parola magica: discussione. Non a caso era, con lettera maiuscola, la testata giornalistica della Balena Bianca. Discussione, ovvero? Dialettica con finalità di cambiamento. Se non della Schlein, del suo modo d’esser segretaria.
Questo l’obiettivo del felpato richiamo a confrontarsi: far contare di meno l’anima radicale del Pd e di più l’anima moderata. Semplificazioni? Semmai rivendicazioni. Gl’iscritti votarono alla guida il menscevico Bonaccini e furono i non iscritti a scegliere alle primarie la bolscevica Schlein. Un inatteso sovvertimento. Cui è seguita un’attesa fronda. Ora emersa attraverso i due convegni di Milano e Orvieto, che sarebbe un errore seppellire giudicandoli manifestazioni di sterile insofferenza.

Circola disagio vero nel partito a egemonia Elly. Le vien rimproverato d’occuparsi in eccesso di diritti individuali e in difetto di questioni sociali. Legittima la prima opzione, ma idem la seconda. E all’occhio popolare assai avvertita in un’epoca di angustie varie. La determinazione propagandistica del melonismo andrebbe affrontata con diverso piglio, proprio quello che manca alla Schlein. Ovvero, parafrasando il memorabile Pertini: a retorica, retorica e mezzo. Nel senso che l’ottimismo dell’irrealtà, se ritenuto tale, va affrontato col pessimismo costruttivo d’una convincente comunicazione. Inserendo nella messaggistica il forte quid di denunzia e proposta che deve appartenere a un’opposizione persuasa di sé stessa oltre che delle fragilità d’un esecutivo.
Questo i liberal-progressisti (Orvieto) e i catto-riformisti (Milano) vorrebbero far capire alla dirigenza Dem. Non annunciano diaspore né pretendono abiure né invocano resurrezioni. Han l’idea essenziale/sobria che: 1) il Pd si debba mutare in qualcosa d’un cicinino diverso dall’attuale. E: 2) alla loro sincerità d’intenti si debba credere, anziché immaginare che stiano attrezzando il solito agguato al leader (oggi alla leader) di cui è specialista la Casa.
Ruffini, auspicando una maggioranza Ursula in chiave italiana per sfidare alle prossime elezioni Meloni e i suoi Muskietti, sa di rivolgere la proposta inaccettabile a Forza Italia (che in Europa fa parte del fronte Von der Leyen, però qui le è impedito di mollare FdI e Lega). Ma è il modo di rammentare a Schlein che le derive di sinistra estrema e l’atteggiarsi equivoco dei Cinquestelle si possono arginare solo cambiando rotta politica. Un avviso chiaro alla timoniera, se tiene a conservare il ruolo. Si faccia un po’ Ursulina, almeno nei contenuti, essendole vietato nelle alleanze. Per ora.
