I russi, Di Maio e quell’Italia bibitara

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Luigi Di Maio

di Massimo Lodi

Luigi Di Maio non ha il “pedigree” d’un carismatico ministro degli Esteri. Se ne conoscono limiti e gaffe. Per varare il “governo dei costruttori” sollecitato da Mattarella arruolandovi i Cinquestelle, fu però giocoforza assegnare il prestigioso dicastero a un’icona del Movimento. Non immaginabile Conte, premier uscente, in un ruolo subalterno a Draghi e non imponendosi nel grillismo nomi con dimestichezza istituzionale migliori di Di Maio, il titolare uscente della Farnesina venne confermato.

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Massimo Lodi

Palazzo Chigi gli ha tenuto la briglia corta e corretto un percorso di relazioni internazionali in precedenza ondivago, un po’ incline a simpatie trumpiane, un po’ sensibile alle sirene cinesi. Ne è sortita la svolta a pro d’indiscutibile atlantismo, saldezza di rapporti con la Nato, nessuna devianza dall’ancoraggio occidentale. Il Di Maio 3.0 (post esperienze gialloverde 1.0 e giallorossa 2.0) appare oggi una delle più affidabili pedine dell’esecutivo. Basti guardare al comportamento tenuto durante il mese e mezzo di guerra: nessuno scarto populistico, nessuna debolezza di coerenza. Fedele alle consegne, al netto di qualche toppata comunicativa, Di Maio s’è rivelato un buon ministro degli Esteri, pur nel suo profilo minore rispetto a figure del passato. Manifestando, tra l’altro, coraggio non scontato nell’assumersi diretta responsabilità in nome dell’Italia, ciò che sta pagando caro sul piano personale: minacce pesanti.

E quindi: sbeffeggiato da un borioso conduttore televisivo russo durante l’intervista a un italiano di Mosca inneggiante al putinismo, Di Maio avrebbe dovuto esser difeso da tutti. Militanti di partito, colleghi di governo, leader d’ogni formazione politica. Perché li rappresenta, ci rappresenta, nell’insieme. E dandogli l’anchorman zarista del bibitaro lo dice a ciascuno di loro, di noi. Come quando ci etichettavano macaroni. O ci battezzavano mafiosi. Riunendo il concetto nella vignetta purtroppo celebre: la pistola fumante dentro un piatto di spaghetti.

Questa solidarietà e questa vicinanza non si son viste al modo che si sarebbe voluto vedere. È una testimonianza dell’inadeguatezza, sia nelle istituzioni sia nei mass media sia nell’opinione pubblica, alla lugubre chiamata emergenziale. Dovremmo essere uniti e non lo siamo, lineari anziché ambigui, severi invece di giustificazionisti, fedeli ai nostri alleati piuttosto che complimentosi verso l’amico del nemico (Orban di Putin). Dovremmo e non lo siamo. Segnalando, a quanti ci giudicano storicamente inaffidabili, che ce la diamo a bere da soli, perfetti bibitari del patriottismo un tanto al sorso.

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