Identità oscurate a tutela delle vittime minorenni

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Un maestro di scuola elementare che insidia una bambina di appena nove anni e finisce in manette. Si tratta di una di quelle notizie che scuotono e, di più, indignano l’opinione pubblica. Ne danno conto i social, sui quali si sprecano i commenti. Unanime la richiesta di massima severità verso colui che, fino a prova contraria, si è macchiato di una simile aberrazione. E non c’è altro da aggiungere. Se non per l’altra diffusa richiesta di rendere note le generalità del presunto orco, ritenuto, a ragione, ancora più colpevole per il fatto di essere un educatore.

Qui però ci si scontra con le regole della professione giornalistica che, giustamente, tutelano i minori. Soprattutto in casi gravi come quello in questione. Se soltanto rendessimo pubblici paese e scuola dove l’insegnante ha sinora lavorato (l’unica concessione territoriale è un generico “centro del Gallaratese”), la piccola sarebbe identificabile, e questo non è permesso dalle norme e, prima ancora, dal senso di responsabilità di tutti noi verso una bambina che ha tutto il diritto, lei con i suoi familiari, di essere protetta. Allo stesso modo non possiamo mettere nero su bianco l’identità del maestro: il risultato sarebbe devastante per la sua vittima e per le sue due figlie, anche loro minorenni, allo stesso modo vittime di un tale papà e ora ospitate in una struttura protetta.

In quanto al soggetto sotto accusa, tra l’altro colto in flagranza di reato, meriterebbe ben altro che la gogna mediatica e pubblica. Per il momento gli è riservato il carcere, dentro il quale i pedofili non hanno mai vita facile, e dove subirà i rigori delle procedure giudiziarie nei suoi confronti.

Detto questo, per completezza della sintetica spiegazione del perché abbiamo oscurato nomi e località ci preme ricordare che per quanto riguarda i minori, i giornalisti sono obbligati a fare riferimento alla Carta di Treviso, un protocollo del 1990 sottoscritto da Ordine dei Giornalisti, Federazione nazionale della stampa e Telefono azzurro con l’intento di disciplinare i rapporti tra informazione e infanzia. Insomma, con lo scopo di evitare bieche strumentalizzazioni mediatiche, con articoli e fotografie, ai danni di bambini e bambine nella “giungla mediatica”. Dentro la quale c’è di tutto e può succedere di tutto anche per soddisfare morbose curiosità. Alle corte, i bambini non devono essere resi riconoscibili.

Più a fondo “la Carta, da una parte salvaguarda il diritto di cronaca, dall’altra pone l’accento sulla responsabilità che tutti i mezzi d’informazione hanno nella costruzione di una società che rispetti appieno l’immagine di bambini e adolescenti. Alla base c’è il principio di difendere l’identità, la personalità e i diritti dei minorenni vittime o colpevoli di reati, o comunque coinvolti in situazioni che potrebbero comprometterne l’armonioso sviluppo psichico. Stesse garanzie sono assicurate anche ai soggetti marginali nella società”.

Va infine ricordato che il documento è stato approfondito e integrato dal Vademecum del 25 novembre 1995; il 30 marzo 2006 la Carta è stata aggiornata estendendo la tutela dei minori ai mezzi di comunicazione digitali, che, però, troppo spesso sfuggono alle regole. Ma questa è un’altra questione anche se della stessa medaglia.

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