Matteo Salvini non lo ammetterà mai, ma il successone elettorale della Lega in Veneto ha un nome e un cognome: Luca Zaia. Le 200mila e passa preferenze personali sono, da sole, un partito, una proiezione sul futuro politico della regione, una conferma che più delle bandiere possono i volti. E quello di Zaia è un volto che acchiappa, nonostante i paletti piantati da amici e avversari interni alla stessa Lega e al centrodestra, preoccupati di arginare la sua prevedibile tracimazione alle urne: no al terzo mandato, no alla lista Zaia, no al nome nel simbolo.
Nonostante tutto ciò, dicevamo, il “doge” ha dimostrato che i veneti lo avrebbero voluto ancora presidente. Fino a smentire sul campo le previsioni su un possibile sorpasso di Fratelli d’Italia sulla compagine leghista, così da metterla in difficoltà anche nelle altre regioni del Nord, a partire dalla Lombardia. D’altra parte, il 37 per cento dei Fratelli alle Europee a fronte del 13 per cento della Lega sembrava essere insormontabile. Fino alla conta finale, al ribaltone che ha di fatto invertito i pesi elettorali, schiacciando i meloniani a quasi 20 punti di distanza dagli alleati e da Zaia. Roba da non credere rispetto all’8 per cento e al risicato 5 per cento del partito di Salvini in Puglia e in Campania.
Ergo: il voto del Veneto è la grande rivincita della Lega Nord, quella di Bossi, sul sovranismo di Vannacci, chiamato a rianimare la compagine e miseramente naufragato in Toscana, ricordate? Una rivincita che riporta in primo piano la vera questione politica che Salvini fa finta di ignorare: la questione settentrionale. Luca Zaia l’ha sinora interpretata e, con tutta probabilità, continuerà a sostenerla accanto ai suoi ex colleghi governatori, Fontana, Fugatti e Fedriga. Con un valore aggiunto decisivo: le mani libere dalle incombenze amministrative. Per dirla in chiaro, Zaia avrà modo di occuparsi direttamente del partito e della sua continuità sulla scena politica locale e nazionale, al di là dei ponti sullo Stretto, delle Le Pen, dei no vax, dei Putin e di tutte le altre faccende “nazionali” e “internazionali” che non attizzano il cosiddetto popolo delle partite Iva, di chi si rimbocca le maniche tutte le mattine e pretende una vera attenzione ai problemi contingenti.
Due partiti, una sola Lega. Il modello che piace a Zaia è quello tedesco, CDU e CSU, due entità distinte, un patto federativo unico. Temi come l’autonomia, il federalismo, le infrastrutture sono la ricetta del leghismo “duro e puro”. Una volta c’era Umberto Bossi in canottiera a suggestionare gli elettori. In Veneto oggi c’è Zaia. E in Lombardia? Non bastano i progetti e le linee politiche per tenere a galla un partito. Servono anche le persone, i leader, i capi a cui aprire cambiali in bianco, cioè dare fiducia. Occore carisma.
Tra due anni si vota in Lombardia, da dove tutto è cominciato, e a tutt’oggi non c’è, almeno così ci sembra, un Luca Zaia lombardo capace di salvare le terga al partito. Nemmeno Giancarlo Giorgetti, super ministro dell’Economia, politico serio e preparato, uomo delle istituzioni più che della piazza. Nemmeno Massimiliano Romeo, segretario che batte sulla questione settentrionale ma che non ha alle spalle l’esercito veneto. Nemmeno Attilio Fontana, puntiglioso e ultimamente un po’ stanco presidente regionale che inaugurò per primo la stagione anti-Vannacci: “Col c…o che ci facciamo vannaccizzare”. In Veneto, però, nemmeno c’è stato bisogno di dirlo: è bastato il fattore Z.
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