Il giornalismo sportivo oggi va in gol con i clic

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La nazionale di calcio battuta per tre gol a zero dalla Norvegia

di Claudio Ghisalberti

Clic. Pubblicità. Marchetting. Leggo i giornaloni nazionali e i loro siti e mi viene da sorridere anche se mi fanno tristezza. Risento una canzoncina già sentita mille volte. Rivedo un film visto e rivisto.

Norvegia-Italia di calcio finisce 3-0, e non è neanche una sorpresa, e subito i quotidiani, soprattutto quelli sportivi, si scatenano: dramma, tragedia, disastro. Analisi e pagelle, commenti e opinioni. Tutti contro il c.t. della Nazionale e il presidente federale. Che non voglio difendere, non mi piacciono affatto né Spalletti, né Gravina. Però credo che di calcio ne sappiano più di me e di molti, ma molti, milioni di italiani. Di calcio ne sanno di certo più di chi non ha mai tirato un calcio, non in serie A, ma nemmeno all’oratorio, eppure scrive di calcio in importanti quotidiani nazionali. E – incredibile – sono certo che, sempre di calcio, ne sappiano di più persino di chi questi grandi giornali dirige.

Però opinionisti, commentatori, pagellisti e direttori si scatenano. Perché lo fanno? Per un insano insieme di motivi. Primo: per presunzione, per prosopopea, per ambizione. Anche perché con una bella trasfertona, come quella del Mondiale, si possono fare tanti bei soldini. Loro, che spesso non distinguono una pantofola da una scarpa da calcio, sanno come e cosa si deve fare per risolvere la questione. Spiegano che saltare il terzo mondiale consecutivo sarebbe la fine del mondo, una catastrofe. E qui entra il gioco il secondo motivo.

Una volta, quando i giornali erano giornali, i grandi eventi erano ossigeno. Le copie vendute aumentavano, se gli eroi nazionali coglievano successi, il venduto cresceva in modo esponenziale. Non l’ho mai accettato in oltre 30 anni di Gazzetta che la mia sorte, mia e dei miei colleghi, dipendesse dai risultati degli altri e non dalle nostre capacità. Ma così era. Il nostro valore, tanto o poco che fosse, era secondario, ma molto secondario, ai risultati di atleti e squadre. Più che la nostra professionalità contava il culo. Era una specie di Superenalotto. Umiliante.

Ora le copie non sono più un’unità di misura nei giornali, contano i clic. Un mondo cambiato. Tanto che una volta, si diceva, i titoli dovevano essere a prova di scemo: chiari che chiunque li potesse capire. Ora è il contrario, il titolo non deve dire, non deve essere chiaro: deve fare sentire il lettore un idiota, costringerlo – per capire – a entrare nell’articolo. Con il magico clic. Ma resta un inganno che quelli bravi, quelli sapienti, chiamo “clickbait”. Clic, o click, che si sommano e danno valore. Era copie, e sono clic, che i direttori non vogliono perdere perché anche la loro bravura, la loro capacità (oltre a tagliare i costi, e non importa se a scapito della qualità) è legata a questa insana lotteria. E per far girare questa giostrina ai direttori servono giornalisti amici: cecchini dalla scrivania, ossequiosi in presenza.

Poi c’è il marchetting, la pubblicità. Un grande evento, se ci sono gli azzurri che primeggiano, genera grossi introiti. Perché per esempio di tennis in Italia si è sempre parlato relativamente poco e ora di Sinner e soci si sa anche se dopo pranzo hanno fatto il ruttino? Mica perché interessa il tennis in sé. E lo stesso vale per il calcio. Conta solo il proprio guadagno, quello che un evento o un campione porta in cassa. Ma questo è giornalismo?

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