Il linguaggio dei medici, il dovere di farsi capire

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di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, converrete con me che la comunicazione ha un ruolo centrale in questo periodo storico. Alcuni criticano l’evidente invadenza dell’inglese con questo argomento. L’idealità si esprime con la lingua madre, noi pensiamo in italiano. Quindi, secondo questo convincimento, la limitazione dei mezzi espressivi della lingua madre comporta una limitazione dell’ideazione, un evidente impoverimento del pensiero. Ricordo che l’italiano è molto ricco di aggettivi e la “consecutio temporum” aiuta ad articolare un pensiero complesso. Aggiungo che la retorica, l’ottima disciplina della parola parlata, è il fondamento di gran parte dell’educazione letteraria dall’antichità classica fino alla nostra epoca e “dovrebbe” far parte del nostro lessico, almeno un poco. Secondo un’altra opinione, una maggior possibilità di espressione, legata al possedere un’altra lingua o ancor di più altre lingue arricchisce l’ideazione e favorisce una maggior produzione di pensiero.

Sono pochi gli inglesismi che vengono accettati dall’Accademia della Crusca posta a guardia della lingua di Dante. Quello che fa l’accademia è osservare come si distribuiscono delle varianti del linguaggio poiché le lingue le cambiano i parlanti. Infatti la situazione della lingua in Italia è più “in movimento” rispetto ad altre. Fino all’ Ottocento era una lingua fortemente codificata, con scopi comunicativi più ristretti, e usata da alcuni gruppi omogenei. Dall’inizio del Novecento si assiste ad una variabilità molto forte nella lingua parlata. Il mutamento della lingua una volta era più lento e durava più della vita media delle persone. Mentre adesso la lingua muta più velocemente. Noi viviamo di più e per questo le espressioni che usiamo subiscono più di un cambiamento durante la nostra esperienza.

Per più di due millenni ai pazienti è stato chiesto di avere fiducia nei loro medici e di seguire le indicazioni da essi impartite. Tale situazione è profondamente mutata nel corso degli ultimi quarant’anni. Sia all’interno della società civile che dell’ambiente sanitario, anche quello accademico, è apparsa una nuova sensibilità che ha messo in discussione il ruolo del medico e della stessa medicina e ha portato in primo piano il principio dell’autonomia e dell’autodeterminazione della persona. In questo lungo tempo di grandi trasformazioni, come possiamo constatare, la medicina stessa ha cambiato volto, è divenuta più complessa, ha esibito enormi cambiamenti in termini diagnostici, terapeutici ed operativi e, nel contempo, ha generato una difficile, evidente inguaribilità. Parallelamente la partecipazione e la capacità di comprensione del paziente sono divenute sempre più ampie, diffuse, forti e, in parte, determinanti.

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Ivanoe Pellerin

Converrete con me che il linguaggio è spesso specialistico e professionale. Ed ogni professione ha un suo linguaggio ed anche ha una serie numerosissima di acronimi incomprensibili. Se mi reco da un avvocato che mi parla con termini professionali è probabile che capirò molto poco. Così se vi recate dal medico che vi parla in “medichese” (ed i medici sono bravissimi a non farsi capire) dovrete trovare un traduttore. E questo è insopportabile. Vi racconto una storia. È quella del grande chirurgo che, di buon mattino, fa il “giro” dei letti, accompagnato dai suoi aiuti con la coda degli assistenti e degli studenti. Si ferma accanto a quello del paziente che dovrà essere operato il giorno dopo. Dopo aver esibito una eccellente esposizione del caso, naturalmente in lingua, si rivolge al paziente, gli dice che l’indomani procederà ad un ottimo intervento, taglierà l’addome da qui a là, asporterà il malanno e ciò che non serve, manterrà ciò che serve e concluderà vittorioso restituendo il suo corpo ad una salute straordinaria. Concluderà con: “Sono certo che Lei ha capito perfettamente che è in ottime mani! È d’accordo?” Naturalmente il paziente, in evidente difficoltà, dirà di sì o farà un cenno affermativo con il capo. Molto soddisfatto della comunicazione il grande chirurgo procederà ad un’altra visita. Sapete cosa farà il paziente quando il medico uscirà dalla camera? Chiamerà l’infermiere con il quale è in confidenza e chiederà: “Ma cosa ha detto il professore?”. Oggi nel tempo del “consenso informato” questa scena è un po’ più difficile. Però con i dovuti aggiustamenti, in qualche disgraziato caso, non è così lontana dal quotidiano sanitario. Affermo che questo non è più accettabile e proprio di fronte all’inquietudine ed alla sofferenza che tutti i malati presentano in modo più o meno vistoso, il medico deve esprimersi in modo comprensibile ed esaustivo. La comprensione del linguaggio è davvero un dovere che coinvolge il medico in modo stringente.

Cari amici vicini e lontani, un ottimo e colto amico, il professor Sandro Spinsanti, afferma che le parole oneste o menzognere, dirette o restie, rispettose o brutali, le parole sono una parte essenziale della cura: possono potenziarla o comprometterla. Le parole della cura sono comunque parole difficili da pronunciare e per questo richiedono delicatezza, equilibrio e soprattutto onestà. La misura dell’onestà delle parole che circolano nel percorso di cura è data dall’attenzione alla risonanza che esse hanno nel vissuto del malato. Anche le informazioni accurate sul piano scientifico, magari ridotte a statistiche di sopravvivenza, percentuali sugli effetti indesiderati, gradi diversi di beneficio, possono essere vistosamente carenti sul piano della relazione che auspico. Se ne allontana tanto la benevola pacca sulle spalle, assicurando che andrà tutto bene, quanto una malintesa informazione esauriente che ha la connotazione della brutalità.

Le parole oneste sono quelle che presuppongono un ascolto e che possono nascere solo in una conversazione che coinvolga tutti coloro che partecipano al processo di cura (professionisti sanitari, reti sociali, familiari e intimi del paziente) per il quale occorre saper gestire le differenze e saper far parlare tra loro anche i diversi mondi morali. Se a incontrarsi sono cittadini informati e consapevoli e medici competenti tanto nelle scienze biomediche quanto nelle medical humanities, è possibile praticare una diversa medicina, con una diversa qualità etica, che sia anche un punto di partenza per contrastare l’uso sempre più diffuso di parole sbagliate o “malate”. Perché se c’è un luogo in cui le parole devono rinunciare ad essere armi contundenti e diventare un veicolo di civiltà è proprio là dove l’uomo mostra tutta la sua fragilità e debolezza.

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