Gli emuli del Barone rampante di Italo Calvino forse esagerano con la loro protesta. Si arrampicano sugli alberi per salvare un bosco a Gallarate, così come avevano già fatto alcune settimana fa a Busto Arsizio per evitare l’abbattimento di piante laddove sono progettati campi da padel. Un modo plateale per bloccare le motoseghe, ma anche per sottolineare i valori dell’ambientalismo in un territorio già sufficientemente devastato. Si dirà, non è un bosco di piccole dimensioni che può fare la differenza, tra l’altro un luogo destinato alla realizzazione di un campus scolastico, funzionale alla vita sociale e culturale di due quartieri cittadini. Ergo, una struttura di importanza pubblica.
Ma se un piccolo bosco da radere al suolo non fa la differenza, così come gli alberi al centro della recente protesta bustocca non rappresentano la soluzione di un problema molto più ampio, di sicuro servono per riaccendere i riflettori sulla grande questione della salvaguardia del territorio. In un’area, il Basso Varesotto, già sufficientemente compromessa per la presenza di Malpensa e di quanto le è nato e nascerà attorno. Ciò non significa che non devono esistere gli aeroporti, né le vie di comunicazione per raggiungerli, né le infrastrutture a latere. Ci mancherebbe altro. Significa però che le istituzioni e gli enti chiamati a gestire la grande partita dello sviluppo sono obbligati a muoversi con un’attenzione doppia rispetto a ciò che si intende realizzare in rapporto all’ambiente.
Non è un caso che soltanto martedì, 6 agosto, i neo sindaci della provincia di Varese, ospiti in prefettura, abbiano sottolineato al prefetto Pasquariello l’urgenza di un piano per fermare il dissesto idrogeologico. Questione aperta da nord e sud del Varesotto, aggravata dai cambiamenti climatici e, purtroppo, dalla mano dell’uomo, dalla cementificazione e dall’esasperato consumo del suolo.
Fatevi un giro dalle parti di Gallarate, sul Sempione verso Somma Lombardo, dove il cantiere della nuova ferrovia ha “divorato” tutto il verde della brughiera, e troverete conferma alle tante preoccupazioni. Poco più sotto, allo svincolo della 336 al confine tra Busto, Samarate e Gallarate, c’è una spianata enorme per fare posto a una tangenziale. Giù gli alberi, largo ai movimenti di terra, come non ci fosse un domani. E sono soltanto due dei tanti esempi.
Non si tratta di iscriversi all’insensato partito del no, semplicemente di prendere atto di ciò che sta accadendo. Tutto utile, tutto indispensabile, tutto concorre allo sviluppo dell’intera zona, che dà lavoro e porta ricchezza. Interventi indispensabili alla nostra economia, alla manifattura, alla logistica, ai servizi, insomma, alla crescita. E la qualità della vita? Diceva quel tale: il progresso non si può fermare, ma si può gestire. Forse è questo che intendono dirci i giovani Baroni rampanti che, come il Cosimo di Calvino, si sono arrampicati sugli alberi. Mandano un messaggio preciso, che va accolto per quello che è. Esagerano? ci domandavamo nell’incipit di queste poche righe. Ciascuno ha la propria risposta, secondo coscienza.
La risposta decisiva dovrebbe però arrivare dalla politica, da coloro che ci governano, ci amministrano e pianificano il futuro, con una missione precisa: quella di conciliare sviluppo e ambiente. Impresa difficile, per qualcuno addirittura impossibile. Ma è proprio da questo binomio che dipendono gli scenari di domani. Senza che qualcuno, al di là delle strumentalizzazioni e delle appartenenze, debba scalare gli alberi per invitarci a riflettere.
