PARABIAGO – Il nuovo compagno, l’ex, il figlio e gli altri. Ecco la “banda” che Adilma Pereira Carneiro, 49enne brasiliana di San Paolo con precedenti penali legati al traffico di stupefacenti, aveva assoldato nei mesi scorsi per partecipare all’omicidio del parabiaghese Fabio Ravasio, con il quale continuava a dividere il tetto anche se la loro relazione era finita da un pezzo. Obiettivo: intascare il cospicuo patrimonio, costituito soprattutto da immobili, di Ravasio, contitolare di un’avviata attività commerciale a Magenta.
I “pali”
Mirko Piazza, 44 anni, il 9 agosto, giorno dell’omicidio, faceva da “palo” per segnalare ai complici l’arrivo, in sella alla sua mountain bike, della vittima predestinata, che da grande sportivo qual era aveva l’abitudine di recarsi e tornare dal lavoro preferendo quel mezzo all’automobile. Un’abitudine che l’ex compagna conosceva bene, e che lei stessa ha accertato di persona anche il giorno dell’omicidio, andando a trovare Ravasio sul luogo di lavoro.
Con Piazza, appostato lungo la Sp 149 c’era Fabio Lavezzo, da alcuni mesi fidanzato della figlia maggiore di “Adi” Adilma, che di figli da diverse relazioni ne ha in tutto nove, compresi i due più piccoli avuti da Ravasio. Sono state proprio le confessioni dei due “pali” a spalancare agli inquirenti lo scenario reale dietro alla morte di Ravasio, che sarebbe dovuta apparire causata da un pirata della strada. Piazza, in particolare, ha anche fatto ritrovare l’auto usata per l’investimento mortale, la Opel Corsa della Pereira che era stata tenuta nascosta in un’autorimessa.
Un 25enne l’esecutore dell’omicidio
La donna aveva poi convinto a collaborare nel piano omicida l’attuale amante, Massimo Ferretti, 47 anni, titolare di un bar della zona e Marcello Trifone, 51enne, di Magenta, con il quale Adi pure aveva avuto una relazione in passato. Sia Ferretti che Trifone avevano partecipato alle riunioni con la “mantide” brasiliana per concordare il piano omicidiario in ogni dettaglio e ripartirsi i rispettivi ruoli nella sua esecuzione.
Al volante della utilitaria che ha travolto frontalmente Ravasio, senza dargli scampo, c’era infine Igor Benedito, 25 anni, uno dei figli di Adilma; al suo fianco, seduto davanti sul lato del passeggero, sempre secondo la ricostruzione degli inquirenti c’era Trifone, noto nel territorio per il suo ruolo di imprenditore: la sua azienda, la Stf, era fallita alcuni anni fa, lasciando sulla strada un centinaio di dipendenti ma anche facendo aprire un’inchiesta alla Guardia di Finanza, per presunti storni delle risorse dalle casse dell’azienda (all’epoca, era il 2021, si parlò di una ventina di milioni di euro).
Decisive le intercettazioni
A tradire la banda alcune intercettazioni telefoniche dei Carabinieri di Legnano (nella foto in alto, la caserma della Compagnia in via Guerciotti), insospettiti subito dopo l’incidente dai movimenti dell’auto, inquadrata dalle telecamere dei “varchi” lungo le strade della zona, e dal fatto che la targa era stata contraffatta. Come a nascondere un elemento che poteva essere determinante per risalire al presunto “pirata”.
Dai colloqui registrati fra i complici dell’omicidio, è emersa fra l’altro la preoccupazione di non aver lasciato tracce. Eppure nessuno della banda si era preoccupato di procurarsi, ad esempio rubandola, un’auto a loro estranea per simulare l’incidente, mentre si erano serviti proprio di quella che apparteneva alla “mente” di tutto.
«Così abbiamo pianificato l’omicidio di Fabio». Il pm: «Delitto di eccezionale gravità»
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