VARESE – «Antonio Zagari era uno che avrebbe potuto fare lo scrittore o l’attore. Ma, come diceva, “la vacca bruca l’erba del posto dove è stata allevata”: ingurgitò tante “pietanze” criminali ma non digerì mai i sequestri di persona».
Così il giornalista Gianni Spartà, che lo incontrò più volte, ha ricordato ieri, martedì 7 luglio, l’autore del libro “Ammazzare stanca – Autobiografia di un assassino” da cui è stato tratto l’omonimo film proiettato per Esterno Notte ai Giardini Estensi di Varese in una serata che avuto come ospiti speciali anche Giulia Milani, laureata in Storia e storie del mondo contemporaneo all’Università dell’Insubria con la tesi “Varesotto sotto sequestro – ’Ndrangheta, rapimenti e maxiprocesso tra cronaca e rilevazioni del primo infame (1954-1997)” e Antonella Buonopane di Libera Varese che ha aggiornato sulle attività dell’associazione.
Uno “scardinamento” tra due generazioni di mafiosi
Come ha sottolineato Milani parlando con Gabriele Ciglia, conduttore dell’evento e presidente dell’associazione Filmstudio 90, la scelta di Zagari mettere per iscritto la sua vita si inserisce certamente in un rapporto conflittuale tra padre e figlio ma segnò anche «una sorta di “scardinamento” tra due generazioni di mafiosi. Conducendo, dopo nove sequestri di persona, al maxiprocesso di Isola Felice, con una collaborazione che continuò durante il procedimento giudiziario e ne fu il perno. Fu il suo gesto ciò che colpì di più: in quell’ambiente la cosca coincide con la famiglia e lui consegnò i propri consanguinei».
«A Buggiate il primo insediamento»
«Tutti si sono accorsero che in trent’anni non avevano capito niente e la metastasi della ’ndrangheta si era infiltrata nel territorio», ha ricordato Spartà. «Zagari forse non fu il primo collaboratore di giustizia, ma fu il primo che tradì suo padre e lo fece arrestare. Le mani cominciarono a tremare quando iniziò a tirare fuori nomi, fatti e a parlare di tutto ciò che era accaduto. In realtà “il padrino” era fra noi dal 1955, quando a Buguggiate ci fu il primo insediamento della ’ndrangheta, che all’epoca si occupava di contrabbando». Il giornalista della Prealpina è stato anche consulente per il film che però «non è stato girato dalle nostre parti perché non abbiamo le stesse Film Commission di altre regioni: dopo un cartello di indicazioni stradali magari poi riconoscerete le colline di Bologna, cercate di immaginare il tutto qui. Zagari, come conferma la sua scelta per il titolo del libro, rimane un assassino. Però la sua storia insegna anche come nella vita le distinzioni non siano così semplici e nette, il male non si trovi tutto da una parte, perché rivelò che cosa si era nascosto per trent’anni nel territorio».
Un territorio ancora nelle mani della ’ndrangheta
«Oggi che cosa fa oggi la ’ndrangheta? Innanzitutto si consorziano – ha spiegato Buonopane – perché hanno capito che andare disuniti non è conveniente. Perciò tendono a realizzare legami e connessioni, come dimostrato dal processo Idra. È stato chiamato come il mostro a tante teste: tagliarne una non serve. Il territorio è rimasto nelle mani della ’ndrangheta: oggi non fa più gesti eclatanti ma è tornata molto sommersa e, come tale, è più difficile da inquadrare. La Lombardia, tra istituzioni e cultura, ha tirato fuori qualche anticorpo: la questione è però che le mafie stanno sempre dove c’è del denaro, come per esempio stata succedendo adesso, con l’economia che si rimette in moto con i finanziamenti del Pnrr». Tra gli spiragli di luce due iniziative di Libera: il progetto “Liberi di scegliere” e la presentazione, mercoledì 22 luglio a Materia, della nuova edizione di “Mafia a Milano e in Lombardia – Ottant’anni di affari e delitti”, libro di Mario Portanova, Giampiero Rossi e Franco Stefanoni.
Proiezione speciale per “Ammazzare stanca”, a Esterno Notte la storia di Zagari

