di Massimo Lodi
I sondaggi dicono che la destra è stata solo scalfita dal caso Sangiuliano. Gl’italiani ne ridono, ma senza cambiare orientamento elettorale. Restano lo sfregio di credibilità alle istituzioni e un danno alla maggioranza meloniana, pur se -tardi e con imbarazzo- il ministro della Cultura uscente è stato avvicendato da un ministro della Cultura entrante della medesima cifra politica. Ce n’era abbastanza perché a sinistra si cogliesse lo spunto -assieme a quanto di nebuloso/contraddittorio indica la manovra economica alle porte- per trovare un’efficace linea unitaria di critica e prospettiva.
Succede il contrario. Mentre a destra si dibatteva in imbarazzanti ambasce, a sinistra si litigava anziché empatizzare. Giorni fa la Schlein dichiarò d’essere contraria a qualunque veto in occasione delle prossime regionali (Liguria, Umbria, Emilia Romagna) e delle future politiche, prevedibilmente a fine legislatura, ma chissà mai che un tot di clamoroso non le anticipi. Mai scordarsi la specializzazione italiana a interrompere i mandati legislativi di Montecitorio e Palazzo Madama.

L’esternazione riguardava i centristi, in particolare Renzi. Pochi, tuttavia utili o finanche indispensabili ad avere la meglio sui rivali, ai quali potrebbero essere tentati d’aggregarsi. Di qui l’opportunità di coinvolgerli, tenerseli stretti, costruire un campo non lasco così da sfruttare l’eventuale favorevole vento degl’italiani delusi dalle scelte di Chigi. Un’osservazione tanto banale da non meritare neppure l’appellativo di ragionamento.
Invece non è così banale agli occhi dell’ex premier Conte che, oltre alla disputa interna con Grillo, ha aperto una sfida risoluta alla segretaria del Pd: se nell’alleanza ci sarà Renzi, non ci sarò io. Perché Renzi è inaffidabile. Come se lo fossero altri leader che hanno disinvoltamente cambiato sodali e strategie, proprio a iniziare da Conte, leader d’un governo con la Lega prima, col Pd poi, gialloverde l’uno giallorosso l’altro. Le ruggini del passato (fu Renzi a promuovere la caduta del Conte2 favorendo la successione di Draghi) erano considerate ormai roba d’archivio. Allo stesso modo delle graffianti polemiche dei Cinquestelle contro il leader del Pd prima e di Italia Viva poi. Che riemergano ora, mettendo a disagio la Schlein mentre le circostanze parevano aiutarne la missione ricompositrice del centrosinistra, sfugge a ogni logica comprensione. È un farsi male da soli, un deludere le aspettative popolari, un argomentare confliggente col buonsenso. Idem se, a una tale presa di posizione, seguisse quella del no di Conte a Fitto commissario Ue, proposto dalla Meloni e che la Schlein pare disposta ad accettare nell’interesse dell’Italia: qui saremmo a un difetto di senso dello Stato. Perfino peggiore del difetto di buonsenso. Visto che apparterebbe a una personalità dai prestigiosi trascorsi istituzionali.
